L’estate nelle sale italiane è inaugurata da un cinema intimo e profondamente personale: da mercoledì 11 giugno 2026, potremmo assistere a due opere che si toccano idealmente attraverso il tema della memoria, della ricerca delle proprie origini e della relazione intensa con il corpo e con i luoghi. Da un lato troviamo Romería, il ritorno della regista Orso d’Oro Carla Simón, che ci accompagna sulle coste atlantiche della Galizia; dall’altro vedremo il debutto da regista di Kristen Stewart con La cronologia dell’acqua, adattamento dell’omonimo e brutale memoir di Lidia Yuknavitch.

In un cinema ricco di sequel e blockbuster, si presenteranno due film d’autore apparentemente lontani per geografia e stile, ma accomunati dal desiderio di scavare nel dolore per riemergere attraverso l’arte come nuovi individui. Dopo aver conquistato il pubblico internazionale e la critica, la cineasta catalana Carla Simón torna e parlan un po’ di sé: il film racconta la storia di Marina, una ragazza di diciotto anni rimasta orfana in tenerissima età.
Spinta dalla necessità di raccogliere documenti ufficiali per l’università e mossa dal desiderio di riempire i vuoti sulla propria identità, la giovane si reca in Galizia, precisamente nella zona di Vigo. Un semplice viaggio amministrativo diventa presto un’immersione totale nel proprio passato, conoscendo per la prima volta zii e cugini da parte del suo padre biologico per un complesso lavoro di ricostruzione: al cinema vedremo come attraverso i racconti, i silenzi e le fotografie, la protagonista cercherà di unire tasselli di una memoria familiare spesso contraddittoria, portando alla luce segreti a lungo sepolti.

Ci stupirà soprattutto l’approccio sensoriale e vicino al dolore della regia di Simón: nel cinema d’autore è unica e nota la sua capacità di osservare le crepe dell’animo umano con una dolcezza quasi terapeutica. L’Oceano Atlantico, con le sue maree e la sua vastità, diventa lo specchio d’acqua in cui Marina cerca di galleggiare, affrontando le ferite dell’assenza e imparando ad accettare ciò che non può essere cambiato. Il film evita qualsiasi sceneggiata, preferendo un realismo magro e poetico, intriso di luce, sole e salsedine.
Anche il debutto di Kristen Stewart per il nuovo cinema d’autore
Se Romería esplora il vuoto dell’assenza con un passo poetico, La cronologia dell’acqua riesce a stendere lo spettatore nei cinema con la forza di un pugno nello stomaco. Al suo debutto con la macchina da presa, l’attrice Kristen Stewart vuole confrontarsi con una delle autobiografie più sconvolgenti degli ultimi anni: il memoir della scrittrice e nuotatrice Lidia Yuknavitch. Il film ci catapulta in una dimensione in cui il trauma si fa carne, sangue e, infine, inchiostro.

La protagonista di quest’altra opera di cinema d’autore è una giovane donna cresciuta in un ambiente familiare completamente devastato dalla violenza domestica e dall’alcolismo e l’acqua rappresenta per lei l’unica via di fuga: la piscina è il luogo in cui può trattenere il respiro e trovare una tregua dal caos del mondo esterno, ma il percorso di Lidia è segnato da un’inevitabile deriva autodistruttiva, fatta di abusi di sostanze e relazioni tossiche, provando disperatamente a spegnere il dolore e la vergogna legati al proprio corpo di donna.
Attraverso la letteratura e la scrittura, Lidia Yuknavitch impara a riappropriarsi della propria voce, trasformando il dolore in arte e sovvertendo le narrative tradizionali sui corpi femminili. La regia di Kristen Stewart si dimostra fin da subito coraggiosa, sfrontata e lontana da qualsiasi logica accademica. La neo regista non tema la scomodità e sceglie di lavorare per frammenti, creando un’opera che funziona come un flusso di coscienza neurologico. Al cinema le immagini si susseguiranno non linearmente, ma seguendo la logica emotiva della memoria.

La cronologia dell’acqua chiede allo spettatore di abbandonare le proprie certezze e di lasciarsi trascinare in questo vortice emotivo: ci vuole comunicare che riappropriarsi della propria storia è l’atto di potere più radicale che un individuo possa fare. Con Romería condividerà al centro della narrazione al cinema un elemento che ha significati profondi: l’acqua.
Per Simón l’Oceano è uno spazio aperto ed infinito in cui perdersi per poi ritrovarsi, un luogo di passaggio e di arrivo; per Stewart, invece, l’acqua è lo spazio chiuso e protetto della piscina, il ventre materno, ma anche l’abisso in cui poter annegare se non si impara a nuotare con le proprie forze. Seppur con diverse modalità, entrambe le opere di cinema d’autore gridano la stessa necessità, ovvero l’intimo bisogno di ritrovare la propria voce e la propria identità in un mondo che spesso distrugge le storie personali.