
Seguendo l’espediente del manoscritto ritrovato, l’incipit di Baby Invasion (un’intervista in analogico che lo avvicina fin da subito a Trash Humpers) vede la sua fittizia sviluppatrice parlare alla macchina da presa, ma senza che lo spettatore possa intercettare il suo sguardo, coperto da un visore per la realtà aumentata.
Il film (anche se pare erroneo definirlo in questa maniera) inizia proprio spiegando sé stesso: un’esperienza videoludica in grado di portare il fruitore in uno stato di trance in cui realtà e simulazione diventano indistinguibili. La matrice metamoderna è presto dichiarata, rievocando nella descrizione di questi “effetti collaterali” l’immaginario lungometraggio Infinite Jest, che conferisce il titolo all’omonimo romanzo di David Foster Wallace, tra gli esponenti principali del movimento.
Il cinema di Harmony Korine da sempre aderisce a tale corrente nella sua diramazione cinematografica, proponendo un’universo narrativo popolato dal disorientamento, dove le coordinate e i codici del postmoderno e del contemporaneo si mescolano e perdono il loro significato prestabilito. Basti pensare al gioco basato sulla trasfigurazione delle icone Disney Channel applicato con la sua opera più celebre, Spring Breakers.
Tuttavia si può affermare che, con le sue ultime due incursioni al Festival di Venezia, abbia ancora una volta dato dimostrazione della sua natura di autore estremamente poliedrico, in grado di conservare una sua poetica ben precisa e rintracciabile in ogni sua opera, pur variando continuamente medium di riferimento.
Così nel 2023 il mondo entra a conoscenza di Aggro Dr1ft (e del progetto EDGLRD), che continua a rimodellare l’instabile statuto della settima arte. La struttura narrativa diventa sempre più rarefatta, trasformandosi in un allucinato flux of consciousness che flirta con la respingente reiterazione propria della poesia, della realtà aumentata e della preghiera.
Baby Invasion sintetizza nuovamente questi disparati linguaggi e, per certi aspetti, forza ancora di più la confezione cinematografica in cui si ritrova costretto l’operato di Korine, come è evidenziato dalla rinuncia pressoché totale di un intreccio lineare. Dopo la premessa esposta nel segmento, il pubblico è chiamato a immergersi nel punto di vista di uno dei componenti di una banda criminale, che riesce a mantenere l’anonimato per mezzo di maschere da neonato. Una semplice (alla superficie) impalcatura che può essere descritta come un visual di un’ora e venti per un travolgente djset di Burial, al quale viene affidata la colonna sonora.
Se già in Aggro Dr1ft la componente autobiografica era lampante (un assassino veterano diviso tra la propria arte e la propria famiglia, evidenziando il peso dietro questo insolito modo di esprimersi), qui il regista presta direttamente il suo sguardo (nascosto dietro un ulteriore anonimato, quello del baby invader yellow, mantenuto tale anche nei titoli di coda) per restituire la rappresentazione un mondo ibrido tra reale e digitale, nel quale l’opprimente proliferazione di finestre e schermi (nonché soglie) confonde i suoi abitanti.
Questi piani si intersecano davanti al “giocatore”, ormai ignaro della dimensione in cui si trova, esattamente come il coniglio, in bilico tra una presenza salvifica e una premonizione persecutrice, che appare a intermittenza nel corso dell’opera.
La sintesi linguistica già evidenziata ritorna in Baby Invasion in maniera più esplicita fin dall’inizio della sessione di rapine: il campo visivo si occupa completamente di stimoli visivi, tutti ponti che connettono lo spettatore e lo spettacolo. Sulla sinistra dello schermo si susseguono a velocità esorbitante deliranti commenti in ogni idioma da parte di fantomatici testimoni che ricordano subscribers di Twitch; sulla parte più bassa, invece, gli sprite animati in 8 bit dei rapinatori permettono di mappare in maniera più o meno affidabile le loro interazioni e spostamenti. Si aggiungono a questi schermate di dialogo, mirabolanti pop up, barre energetiche e break time event fino a segmenti provenienti dai first person shooter: tutti elementi che confermano l’espansione dei nuovi media all’interno del film.
A riportarlo all’interno di canoni narrativi consolidati è il voice over femminile che, pur sempre in maniera astratta, indirizza il fruitore verso una determinata lettura. Proprio per questo motivo Korine decide di rilasciare due versioni la cui unica differenza è la presenza di questa allusiva narratrice. Mentre il cut originale (soprannominato IMPURE e mostrato a Venezia) la conserva, il Baby Invasion distribuito online (PURE) rimuove quel fantasma per volontà dello stesso regista, distanziandosi ulteriormente dalla tradizione di suggerire risposte al proprio pubblico. Questo oggetto multimediale diventa quindi un luogo di (non) senso dove i contorni di peritesto e epitesto sono estremamente labili e il paratesto vive ormai in riferimento del solo metatesto.
Al pubblico di Baby Invasion non rimane che rigettare o venire a patti con un presente di incontrastata incertezza, in cui l’unico appiglio fornito è quello del nunc stans, eterno ora o eterno presente. Una salvezza consolatoria o un inquietante monito? Korine non prende posizione, ma delinea due approcci a questo attuale status quo.
La prima risiede nel nichilismo contemporaneo, che porta l’individuo (un “superbebé” nietzschiano, se vogliamo) a cavalcare questa condizione senza precludersi alcuna possibilità, mettendosi al di sopra di ogni legge terrena, in un universo di assoluta post-posterità. La seconda è di matrice medievale: coerentemente con l’intera filmografia dell’autore, il nunc stans non sarebbe altro che Dio; si tratterebbe quindi di un’entità inimitabile, da venerare e non emulare come tentato dai protagonisti.
Eppure, in un’operazione così distante da un cinema che persegue il racconto del vero, emerge la sensazione di un neorealismo aggiornato all’epoca della videosorveglianza: l’occhio della Gopro sostituisce la maneggevolezza della macchina a mano, così come, a prendere parte al progetto, vengono chiamati autentici malviventi di Miami insieme ad alcune loro vittime nella realtà al di fuori del film.
Non resta che accettare il fedele rinnovamento di uno dei pochi artisti degno di essere definito “contemporaneo” e accedere all’incubo di un attimo senza fine intitolato Baby Invasion. But who’s the dreamer? O meglio, who is the player?