
Enzo, il film d’apertura della Quinzaine des cinéastes 2025, racconta la storia di una adolescente (la rivelazione assoluta Eloy Pohu) che, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe dal suo coté borghese, non segue le aspettative della famiglia per cimentarsi con l’apprendistato in muratura. Lì conosce Vlad, magnetico e bellissimo immigrato ucraino (Maksym Slivinskyi), che rappresenterà una fortissima calamita per il suo desiderio.
Robin Campillo, già regista dell’acclamato 120 battiti al minuto (Grand Prix 2017), erede e montatore abituale del grande cineasta francese Laurent Cantet (Palma d’oro 2008 con La classe – Entre les murs), ha ereditato l’ultimo progetto del suo maestro dopo la prematura scomparsa di Cantet nell’aprile 2024, per realizzarne un lungometraggio che tra i produttori vanta anche Mari-Ange Luciani, già al lavoro su una Palma più recente, Anatomia di una caduta di Justine Triet.
Si percepisce che si tratti in qualche modo di un progetto ibrido, completato post mortem, eppure Enzo è miracolosamente in equilibrio tra il realismo sociale e la centralità del tema del lavoro, così cruciali nel cinema di Cantet, con la maggiore corporeità, vivida e politica ma anche terribilmente delicata, sensuale ed erotica, cara a Campillo. Il contributo di quest’ultimo aggiunge a Enzo una componente romance sussurrata, sempre rimandata ma fondamentale, che però preserva tutto il rigore del suo maestro, senza scivolare nel gusto midcult (potremmo dire di stampo “bertolucciano”) che caratterizzava Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino, riferimento al quale Enzo potrebbe facilmente far pensare, ma forse un po’ a sproposito.
Si respira piuttosto l’atmosfera di tanti film di André Techiné, senza però la levità filosofica che di quel regista, specie in rapporto al racconto crudele della giovinezza, aveva saputo portare a compimento un altro grande nome (e sceneggiatore) del cinema francese contemporaneo, Olivier Assayas. Il film di Campillo e Cantet, ambientato a La Ciotat, nei pressi di Marsiglia, dove la storia del cinema partì grazie ai fratelli Auguste e Louis Lumière e in cui lo stesso Cantet aveva ambientato il suo L’atelier, sembra mettere in qualche modo sullo stesso piano – quantomeno da un punto di vista visivo – la casa agiata della famiglia di Enzo, villa su più piani con piscina e ogni agio – e il lavoro in cantiere del ragazzo in quelle cave marmoree dal nitore altrettanto accecante, cercando di mostrare entrambi gli spazi in maniera levigata e asettica, smussando ogni possibile contrasto tra i due poli e tentando di assottigliarne le distanze, in modo che lo spettatore possa percepire in un unico flusso poetico le due porzioni, solo apparentemente in contraddizione tra loro, della vita del ragazzo.
In questa orizzontalità quieta e interclassista si respira, in qualche modo, tutta la dimensione post-ideologica del presente ma anche la fragilità dell’universo tardo-adolescenziale odierno, in cui ritagliarsi un posto nel mondo appare spesso tremendamente difficile, sia che ci si muova in direzione ostinata e contraria rispetto alle proprie provenienze economico-familiari sia che si decida di indirizzarsi in aperta continuità con esse.
Nel ruolo del padre italiano di Enzo c’è invece il “nostro” Pierfrancesco Favino (affiancato dalla delicata Élodie Bouchez in quelli della madre), che, un po’ come Marcello Mastroianni quando recitava in francese, forte del suo ormai consolidato status di attore internazionale e perfino “da festival” (lo scorso anno era nella giuria guidata da Greta Gerwig che assegnò la Palma d’oro ad Anora), oltre a sfoggiare un francese espressivo, impeccabile e carico di sfumature, cerca anche di incarnare il suo “pater doloroso” lavorando soprattutto su silenzi, sfaccettature minime, non detti, intermittenze del cuore e del pensiero, dimostrandosi come d’abitudine e una volta di più il solito camaleonte e fuoriclasse.
Foto: Les Films de Pierre, Lucky Red, Page 114, Les Films du Fleuve, France 3 Cinéma, Ami Paris
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