
Luis (Sergi López) è in Marocco assieme al figlioletto Esteban e sta cercando la figlia maggiore, Mar, di cui non ha più notizie da mesi e che l’ultima volta era stata avvistata a un rave. Mentre si dispera nel tentativo, finalmente, di raggiungerla, l’uomo si troverà al cospetto di un’umanità derelitta, che sciama di festa in festa senza trovare apparentemente requie, anestetizzandosi attraverso musica e droghe sintetiche.
Il regista franco-spagnolo Óliver Laxe, di origini galiziane e convertitosi all’Islam dopo essere cresciuto in Francia per poi stabilirsi in Marocco, si è già fatto notare come indagatore sensoriale di incubi particolarmente vividi, utilizzando sia il deserto che gli elementi incendiari connessi all’(in)azione dell’uomo come veicoli per esplorarne le contraddizioni, le fratture, il perenne stato di crisi connesso al contemporaneo. Con Sirat, presentato in concorso al 78° Festival di Cannes, il suo stile però si arroventa ulteriormente, portando il film alle soglie del saggio di regia, dell’installazione auto-sufficiente, dell’epopea sensoriale, con la straordinaria colonna sonora techno, rave e industriale (e il contributo fondamentale di Kangding Ray) a fare da collante.
Il sound design rimbombante, ovattato e ipnotico di Sirat, prodotto dai fratelli Almodóvar, è infatti a tutti gli effetti una regia aggiunta, che traghetta l’opera verso altissime vette di sperimentazione, andando a sondare ciò che di magmatico e ipnotico si addensa nel mondo dei raver. La confezione è totalmente e smaccatamente arthouse, con un largo uso di campi lunghi di grande rigore formale, scenari desertici siderali, riverberi sincopati e martellanti di musiche da sballo che si accompagnano all’uso di sostanza psicotrope, con approdi che vanno dalle visioni psicomagiche di Alejandro Jodorowsky al suffisso caro al cineasta (il sirāt al-mustaqīm del titolo è invece il ponte finale, quello che nell’Islam ogni anima deve percorrere alla fine dei giorni).
Ne viene fuori il ritratto impietoso di un mondo rovesciato, di un sottobosco al contempo stordito e stordente, in cui l’esplorazione estetica della superficie dell’immagine costituisce di fatto la chiave di volta per leggerne, dietro la facciata più che mai sfacciata (sic), la complessità ribollente, solo in apparenza liquidabile col mero esercizio di stile. L’operazione è di certo fascinosa e l’approccio di Laxe non è da meno: ciò che interessa al regista non è soltanto il paesaggio (a)morale del suo racconto, ma anche la cruda e rattrappita tenerezza delle maschere che lo abitano, a metà strada tra i drop out, con relativi crateri, di Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni e la forza d’urto pirotecnica, infuocata e quasi sciamanica del capolavoro assoluto Mad Max: Fury Road di George Miller, che illuminò il Fuori Concorso di Cannes nel 2015, ormai esattamente dieci anni fa.
Il regista di Mimosas e O que arde è senz’altro compiaciuto di se stesso e del suo modo di girare, eppure non sguazza mai nelle proprie provocazioni, trovando efficacemente un senso e una misura anche in ciò che può sembrare più posticcio o banalmente irritqante; arriva così a inglobare nel proprio immaginario anche la mutilazione, la morte, il loop di gesti e coazioni a ripetere sempre uguali a stessi, che in un perenne stato di vigilanza disorientata – frastornata dall’alterazione fisica – finiscono con l’abbracciare crudi e roventi colpi di scena, pronti a far saltare tragicamente la posta in palio, spiazzare lo spettatore e spingere la peregrinazione di Sirat alle soglie di un tasso abnorme di frustrazione e ossessione herzoghiana, riscontrabile anche in un capolavoro del quale sembra una sorta di versione hipster e 3.0: Il salario della paura di William Friedkin.
Alla fine, seguendo la parabola di Luis, meravigliosamente incarnato dall’attore spagnolo Sergi López, viene da pensare, tra un rimbombo musicale e un profluvio di immagini dal sapore anche religioso e simbolico (la fotografia di Mauro Herce e la pellicola 16mm, in tal senso, sono una tavolozza in più), a un aforisma di Jim Morrison, tanto celebre quanto abusato: «Se un giorno ti svegli e non vedi il sole, o sei morto o sei il sole».
Foto: Los Desertores Films AIE, Movistar Plus+, Filmes da Ermida, El Deseo, Uri Films, 4A4 Productions
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