Il mago del Cremlino di Assayas è la guida cinica e perversa al potere che ci meritavamo

Il mago del Cremlino Assayas

Russia, primi anni Novanta. L’URSS è crollata. Nel caos di un Paese che cerca di ricostruirsi, Vadim Baranov (Paul Dano), un giovane brillante, sta per trovare la propria strada. Prima artista d’avanguardia, poi produttore di reality show, diventa spin doctor di un ex agente del KGB in ascesa: Vladimir Putin (Jude Law). Immerso nel cuore del sistema, Baranov plasma la nuova Russia, confondendo i confini tra verità e menzogna, credenze e manipolazione. Ma c’è una figura che sfugge al suo controllo: Ksenia (Alicia Vikander), donna libera e inafferrabile, che incarna la possibilità di fuga, lontano da questo gioco pericoloso. Quindici anni dopo, ritiratosi nel silenzio e avvolto nel mistero, Baranov accetta di parlare, rivelando i segreti occulti del regime che ha contribuito a costruire.

Il mago del Cremlino è, sotto molti aspetti, un biopic punk: attingendo al materiale letterario del romanzo di Giuliano da Empoli, il francese Olivier Assayas, affiancato in sceneggiatura dal connazionale Emmanuel Carrère, ha dato vita a un ritratto del potere che mescola estrema e chirurgica precisione dialettica — ben evidenziata da una sceneggiatura fittissima di dialoghi certosini e rifiniti — e indagine sul volto più misterioso, enigmatico, perfino indecifrabile del potere.

L’energia rock del gesto cinematografico di Assayas (definizione che si riallaccia a tanto cinema politico del nuovo millennio, Il divo di Sorrentino in primis) si respira immediatamente fin dalle prime escursioni d’epoca in una Russia segnata dall’ebbrezza della dissoluzione dell’ex blocco sovietico, in cui lo stesso Carrère appare in un cameo parlando a delle giovani di allora come fossero quelle di oggi, mettendole in guardia da un’idea magari utopica di rivoluzione, sotto il segno di quella spinta eversiva tutta di facciata e “all’americana” che lo stesso Badarov, ispirato ovviamente al vero consigliere personale di Putin, Vladislav Surkov, definirebbe come all’insegna di ragazze carine e begli ideali.

Paul Dano incarna il protagonista con una stentorea immobilità facciale e la sua presenza scenica è quanto di più funzionale possibile per restituire proprio la superficie imperturbabile di un esercizio del potere che agisce scaltramente dietro le quinte, riuscendo col suo furore argomentativo e aforistico a farsi largo nelle stanze dei bottoni, a giocare un ruolo cruciale negli equilibri dello scacchiere geopolitico internazionale e perfino a dispensare perle filosofiche (Il kitsch è l’unico linguaggio che abbiamo) nell’aggiornare l’ex terribile spia del KGB diventata presidente sui Daft Punk in occasione della cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Sochi (“Hanno appena vinto 5 Grammy, dobbiamo stare al passo”).

Particolarmente significativa è, ovviamente, anche l’incarnazione di Vladimir Putin fornita da Jude Law, che interpreta l’ultimo “zar” della madre Russia con un approccio che riassume bene lo spirito del film, dal taglio grottesco ma mai deliberatamente macchiettistico e una certa tendenza a camuffare nomi ed eventi reali per lavorare sul confine tra vero e verosimile, permettendo tanto all’immaginazione letteraria degli autori quanto alla spinta immaginativa del pubblico di farsi largo in una mole di informazioni ed eventi storici, scanditi da un’appassionante e anch’essa romanzesca divisione in capitoli. Questa narrazione muove da una cornice in cui è lo stesso Badarov a raccontarsi, con la consueta, felpata intelligenza macabra e spietata, a uno studioso americano interpretato da Jeffrey Wright, alle prese con una ricerca sullo scrittore Evgenij Zamjatin. Gli eventi attraversati sono ovviamente tantissimi: la tragedia del sottomarino Kursk, la seconda guerra in Cecenia, gli attentati a Mosca, fino alla Crimea, alla rivoluzione arancione di piazza Maidan, a intravedere il conflitto russo-ucraino di oggi pur senza direttamente scomodarlo mai.

Se quello di Law è un Putin alle prese con smorfie virili grossolanamente inequivocabili, sia nei momenti in cui si dedica al fitness sia quando gli angoli della bocca si piegano a comando per esprimere approvazione, diniego o profondo disgusto, sono i sorrisi melliflui e impietosi di Baranov a rivelare i momenti in cui la sua maschera vitrea e opaca viene colta in fallo: circostanza di per sé abbastanza rara, trattandosi — per dirla con lo stesso Putin — di una figura di fatto imprendibile e che non è mai dove ci si aspetterebbe di trovarla, “un politico per gli artisti e un artista per i politici”.

L’unico personaggio a poterlo contraddire davvero è, ovviamente, soltanto l’unica donna che gli abbia mai fatto davvero scaldare e tremare il cuore: la Ksenia di Alicia Vikander, che a un certo punto sembra addirittura sparire dalla scena in maniera fantasmatica — un po’ come la Kristen Stewart di Sils Maria, “riapparsa” poi in Personal Shopper — per farvi però prepotentemente ritorno, sia come ago della bilancia degli equilibri psicologici e (a)morali del protagonista, sia come contraltare del suo cinismo, esplicitato a più riprese come massimo approdo e punto di non ritorno di un’intelligenza mefistofelica e utilitaristica, che fa del proprio machiavellismo l’unico possibile raggio d’azione attraverso cui misurare il mondo e gestire gli equilibri delicati tra USA e Unione Sovietica.

Il mago del Cremlino è, in definitiva, un film che parla prepotentemente all’oggi e dell’oggi, mostrando un teatrino della politica in cui si aggirano pupazzi di varia natura mossi da altrettanti fili, e nel quale il copione più criminoso risulta essere sepolto da una coltre infinita di parole taglienti e affilate, sottratte alla sfera pubblica per ammantarsi di un’arguzia che tutto può, vede e governa, teorizzando anche sulla sua orizzontalità e verticalità. Il finale rappresenta però una cesura decisamente interessante, in cui Assayas si congeda dal suo protagonista in maniera secca, crudele e anti-climatica, facendo emergere il suo punto di vista in soggettiva proprio di spalle, nell’ultima scena, dopo due ore e mezza all’insegna del più totale ed elettrizzante distacco affabulatorio.

Fonte: Film: trame e trailer - Best Movie
Leggi ...