
Nel tranquillo villaggio sudcoreano di Hope Harbor, collocato in una zona demilitarizzata a cavallo tra le due Coree, vengono ritrovate delle carcasse di animali sventrate, chiaro indizio di una minaccia spaventosa e imminente, dalle proporzioni tutte da definire. Mentre i rinforzi partono per combattere gli incendi boschivi, le comunicazioni vengono interrotte e ognuno cerca di mettersi in salvo come può. Toccherà al capo della polizia Bum-seok (Hwang Jung-min) e all’agente di polizia Sung-ki (Jung Ho-yeon) provare a far fronte a quella che sembra una catastrofe mai vista prima, orchestrata da una misteriosa creatura dalla forza smisurata che pare intenzionata a commettere una strage.
Fa un certo effetto ritrovare nel Concorso di Cannes 79 un monster movie in piena regola come Hope, nuovo film del cineasta sudcoreano Na Hong-jin, di ritorno dietro la macchina da presa dieci anni dopo l’horror Goksung – La presenza del diavolo (anche noto come The Wailing), singolare esempio di thriller demoniaco aperto alle più svariate contaminazioni di genere e in grado di erigere una specifica mitologia metafisica intorno al più classico dei paesini della Corea del Sud.
Questo suo nuovo lavoro, divenuto il blockbuster più costoso del suo paese, con 33 milioni di dollari stanziati e il proposito di farne scaturire una trilogia, è una sorta di pacchiana versione di quel suo grande film precedente e trova ora piena legittimazione in una competizione cannense ormai abituata a simili sdoganamenti per un cinema spudoratamente popolare ma curatissimo e ambizioso nella confezione (si pensi al recente caso limite di The Substance, il più macroscopico esempio di opera che un tempo sarebbe stata considerata fin troppo eterodossa per la collocazione), anche se va rilevato che la “promozione” in competizione ufficiale è arrivata purtroppo per il film più debole di questo regista, già autore anche dei thriller The Chaser e The Yellow Sea.
Delle ben due ore e quaranta di durata, soltanto i primi cinquanta minuti circa riescono infatti a mantenere agganciato lo spettatore e a mantenere la giusta dose di stupore e sospensione dell’incredulità. Na Hong-jin, anche sceneggiatore, si dimostra infatti abilissimo nel dilatare la tensione e attraversare gli spazi di un microcosmo post-apocalittico con uno spiccato senso del macabro e anche del divertimento. Regala uccisioni improvvise, deviazioni slapstick e momenti di action sparatutto che non vanno però molto oltre l’armamentario più risaputo del genere, veicolando interminabili dilatazioni dello spazio e del tempo che non hanno però il furore struggente e la maestria compositiva di The Wailing e, quando va bene, puntano alla risata più grossolana e di pancia. Come fossimo dentro un’orchestrazione demenziale, sempre a misura di punchline virata in chiave gore.
Non ha naturalmente alcun interesse per i personaggi, ma li tratta come mere funzioni per un disegno d’insieme sornione e pieno d’invenzioni, in cui l’horror incontra il western coi cavalli e non disdegna nemmeno tentazioni sci-fi, in una selvaggia idea di pastiche che non conosce freni e remore e omaggia chiaramente The Host di Bong Joon-ho, in termini di mostruose ambizioni. Il resto del film non è però all’altezza delle premesse e si smarrisce in maniera tanto amabile quanto gratuita tra siparietti (compreso quello di un anziano personaggio alle prese con problematiche intestinali), che servono giusto ad allungare il brodo, e ulteriori, sterili ampliamenti di quello che pare un universo gestito con godimento videoludico, ma senza materiale narrativo e purtroppo nemmeno idee di regia in grado di reggere il suo sproporzionato minutaggio.
Col passare dei minuti, la sensazione è semmai proprio quella di essere dentro a un film che prova a simulare un’esperienza da videogame imitandone alla lettera soggettive e sintassi, ma non certo con una coscienza formale in grado di condurre l’esperienza verso qualcosa di puramente e pienamente cinematografico com’era riuscito a fare George Miller con Mad Max: Fury Road.
Anche le creature aliene presentano un design rivedibile, con una CGI sciatta che sembra essere rimasta indietro a un paio di decenni fa e l’altrettanto posticcio ricorso ad Alicia Vikander e Michael Fassbender per dar vita a delle creature extraterrestri investite del solo compito, come testimonia il finale, di aprire la strada a un eventuale seguito. Per gli amanti duri e puri di questo tipo di prodotto, va comunque rilevato che l’ultimo atto offre una chiusa forsennata, che fa perfettamente il paio con quello che sembra un perfetto e innocuo prodotto di consumo, produttivamente allo stato dell’arte per il genere ma nella sostanza vecchio come il cucco e decisamente superato.