Paper Tiger, il nuovo crime sulla fratellanza di James Gray. La recensione da Cannes 79

Paper Tiger
«Ci sia una ricchezza senza lacrime: tanto basta all’uomo saggio, che nulla chiederà oltre»: si apre con una citazione dall’Agamennone di Eschilo Paper Tiger, il nuovo film di James Gray presentato in Concorso al 79esimo Festival di Cannes, richiamando immediatamente quell’idea di tragedia greca che da sempre abita la produzione del cineasta statunitense, attentissimo alle linee di sangue e al valore archetipico di modelli culturali e letterari ancestrali. Un autore capace di raccontare la natura chiaroscurale e ambigua dell’animo umano attraverso noir che non è azzardato definire neoclassici, ai quali questa sua ultima fatica sembra riallacciarsi direttamente per toni e dinamiche, traghettandosi verso una piena e distesa maturità.

Dopo aver dato vita a un personalissimo memoir d’infanzia con Armageddon Time — dove era tornato direttamente nelle strade e nelle case in cui era cresciuto — Gray ritrova infatti le atmosfere dei suoi primi film e, naturalmente, il Queens e la New York degli anni ’80 (per l’esattezza siamo nel 1986), tornando a scolpire un altro dei suoi racconti sulla fratellanza, come già accaduto in Little Odessa, The Yards e I padroni della notte.

In questo caso i protagonisti sono Irwin (Miles Teller) e Gary (Adam Driver), rispettivamente un ingegnere e padre di famiglia e un ex poliziotto dedito ad affari non sempre cristallini, deciso a farsi largo in un progetto di depurazione e riqualificazione di un canale cittadino, salvo poi ritrovarsi invischiato in traffici poco raccomandabili con la mafia russa. Accanto a loro c’è anche Hester, la moglie di Irwin, interpretata da Scarlett Johansson: un personaggio apparentemente secondario, ma dalle traiettorie tutt’altro che marginali, manco a dirlo, nell’economia della tragedia.

In Paper Tiger tutto scorre in maniera familiare, contrita e ordinaria, con una luttuosità sotterranea che scava sempre silenziosamente e non perde mai la bussola, nemmeno quando il racconto intravede il baratro della sfortuna più feroce e dell’inciampo rispetto all’obiettivo prefissato. I protagonisti finiscono così schiacciati dalle circostanze avverse, da un mercato nero e da ambienti malavitosi che se ne infischiano delle loro presunte buone intenzioni e non fanno altro che guardarli in cagnesco, punendo la loro hybris nel tentativo di conquistare una svolta economica.

Vi si respira una sorta di epicedio funebre della piccola e media borghesia americana, colta nelle sue contraddizioni più evidenti: incapace di trovare una reale legittimazione economica perché costretta a desiderare all’infinito, a inseguire soprattutto l’appagamento di uno status. A obbedire, in sostanza, a un ideale consumistico che la spinge costantemente verso un’illusoria oasi di ricchezza, rispetto a quel poco — o tanto — che già possiede.

Rispetto ai fratelli Coen di Fargo, o a chi ha demolito il sogno americano con maggiore cinismo, Gray preserva comunque una grana del racconto molto più morbida, a suo modo — e nonostante tutto — romantica, quasi eastwoodiana. Fondamentale, in questo senso, anche la fotografia in pellicola firmata nuovamente da Joaquín Baca-Asay, che torna a collaborare con il regista dopo I padroni della notte  e Two Lovers, incorniciando Paper Tiger in una grana estremamente crepuscolare.

Attorno alla sua ennesima famiglia newyorkese, Gray ritrova ancora una volta un grande controllo formale e una limpidezza registica assoluta. Finisce così per confermarsi tra quei pochi cineasti disinteressati a imporre uno stile vistoso, ormai abituato ad agire quasi sempre per sottrazione, fino ad approdare a un finale totalmente scarnificato e anti-climatico, in cui è inevitabilmente l’ennesimo gioco di ombre, riflessi e fantasmi a farla da padrone.

Fonte: Film: trame e trailer - Best Movie
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