Teenage Sex and Death at Camp Miasma: il metacinema horror che incanta e diverte Cannes

Teenage Sex and Death at Camp Miasma
 

Kris (Hannah Einbinder) è una regista queer di 29 anni, diventata celebre grazie a un film che omaggiava Psyco di Alfred Hitchcock dalla prospettiva della tenda della doccia. Le viene affidato il compito di rilanciare il franchise slasher di Camp Miasma, un tempo di enorme successo ma progressivamente indebolito da sequel e rifacimenti che ne hanno depotenziato e fiaccato il fascino e l’attrattiva. Quando decide di far visita all’attrice del primo capitolo, Billy (Gillian Anderson), nel tentativo di convincerla a tornare nel cast, le due si ritrovano invischiate in un sanguinoso vortice di violenza e morte.

Con Teenage Sex and Death at Camp Miasma, film d’apertura della sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2026, Jane Schoenbrun — regista transfemminile e non binaria già autrice di I Saw the TV Glow — realizza un altro curioso e singolare oggetto cinematografico chiamato a sfumare i contorni tra realtà e immaginazione. Il film rilegge infatti gli slasher attraverso la lente di un finto franchise horror, usato come chiave per orchestrare un meccanismo di tensione in cui nulla è davvero come appare, i confini tra finzione e realtà vengono continuamente abbattuti e la cultura queer, con la sua natura intersezionale, diventa il principale orizzonte di riferimento per ibridare forme, linguaggi e stili. Sia la cineasta sia la protagonista Einbinder, entrambe esponenti di tale comunità, si fanno così portavoce di uno sguardo capace di mettere sistematicamente in crisi le convenzioni e di porre lo spettatore in una condizione di costante e curioso disagio, in maniera tanto sorniona e sempre disposta a prendersi poco sul serio quanto (o forse proprio in virtù di tale leggerezza lontana da pose troppo teoriche) indubbiamente intelligente.

Naturalmente risuonano gli echi di Wes Craven e del suo Scream, principale modello di riferimento per confrontarsi con un decennio sfaccettato e già di per sé iperframmentato per l’horror come gli anni ’90. Ma c’è anche il killer Little Death, figura che richiama apertamente Jason Voorhees di Venerdì 13: al posto della testa porta una scatola dotata di griglia d’aerazione e il suo nome rimanda esplicitamente al modo in cui i francesi definiscono l’orgasmo, la “petite mort”. La stessa Gillian Anderson — altro volto simbolo dei nineties grazie alla Dana Scully di X-Files — assume i contorni di una Norma Desmond di Viale del tramonto virata in versione macabra, evocando attraverso il proprio corpo cinematografico i fantasmi di un’antica gloria decaduta, in cui diventa impossibile distinguere l’icona dalla persona reale.

Fin dai titoli di testa, che ripercorrono le traversie di Camp Miasma attraverso oggetti d’epoca, (naturalmente) VHS e ritagli di giornale, si respira un’idea di feticismo chiamata ad aggiornare l’eterno ritorno del postmoderno, confrontandosi con le scorie ancora vive lasciate da quella stagione nel fandom e nell’immaginario horror contemporaneo. L’ingranaggio si alimenta anche di una comicità marcata, traghettando il body horror verso un’esilarante vena anarchica sospesa tra cinema di genere e autorialità, mentre il marchio MUBI contribuisce a rafforzare e certificare una contemporaneità arthouse capace di fondere sguardo sofisticato, estetica splatter e spirito parodico.

Teenage Sex and Death at Camp Miasma sembra animato da un profondo amore per quell’immaginario culturale tutt’altro che marginale che mette in scena, dando voce alla natura iper-pervasiva della pop culture attraverso un citazionismo tanto esplicito e devoto quanto costantemente vicino alla parodia, alla strizzata d’occhio complice che diventa accettazione di un loop dal quale nessuno può davvero sentirsi escluso.

Questa impalcatura permette inoltre al film di interrogarsi sui corpi, sullo sguardo e sul desiderio — che nel cinema horror coincide inevitabilmente con uno sguardo maschile — problematizzando quel lascito e aggiornandolo ai dettami più inclusivi del presente, senza però rinunciare a ironizzare sui cortocircuiti e sui vizi percettivi nei quali tutti, da sempre, siamo profondamente invischiati. Ne emerge così un’opera perturbante sul desiderio erotico che si cela dietro ogni immagine e creazione cinematografica, ma anche sull’impossibilità, per qualsiasi filtro ideologico, di assorbirne la complessità fantasmatica, dominarla e restituirla in una forma univoca e rassicurante.

Fonte: Film: trame e trailer - Best Movie
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