
Every ghost story is a love story. Una citazione rubata a uno dei più grandi esponenti della narrativa metamoderna, David Foster Wallace, racchiude, nella sua impattante semplicità, il senso dell’ultimo film firmato da David Lowery, per non dire della sua opera omnia.
In alcuni casi più palesemente (A Ghost Story), ma il suo cinema è sempre stato “infestato” da presenze più o meno visibili (draghi e isole inesistenti di disneyana matrice) o da icone immortali al tramonto (Robert Redford) oppure ancora da racconti provenienti dal passato, dal sapore leggendario, che sopravvivono grazie all’oralità.
Mother Mary si inserisce perfettamente in questo canone e, come l’iper-personaggio da cui prende il nome (una popstar che incrocia Beyonce e Taylor Swift), è una creatura messa in piedi con sgangheratezza. Sulla sua pelle si intravedono tutti i segni di una produzione non semplice, oltre che abbandonata nel dimenticatoio per mesi e mesi, forse nella speranza di confezionare un progetto più appetibile al pubblico che sembra in qualche modo ritagliarsi.
All’ultima opera di Lowery, infatti, si può dire tutto, ma non che stupisca lo spettatore con i suoi repentini cambi di direzione, ad esempio passando con disarmante nonchalance dalla grandeur delle esibizioni live al dramma da camera, dove un duello tra due grandi interpreti rivela la vera anima del film: una ghost story, nascosta tra i ricami di un abito di fine sartoria degna dell’operato di Reynolds Woodcock ne Il Filo Nascosto.
Spiace constatare, andando a confermare quale fosse il “film nel film” al quale era davvero interessato il suo regista, che i segmenti dedicati all’introduzione di Mother Mary come artista e performer siano senza dubbio i meno ispirati, problematica che sembra affliggere Hollywood negli ultimi anni. Come spesso accade quando si vuole ritrarre un’icona musicale fittizia, si fatica a scostarsi da una produzione musicale estremamente generica, rischiando di far oscillare la sospensione dell’incredulità del pubblico.
Il risultato è ancor più deludente se si pensa ai grandi nomi coinvolti, Jack Antonoff, FKA Twigs (qui anche attrice) e Charli XCX. Proprio da quest’ultima, che con The Moment ha dedicato un intero film al gioco tra identità pubblica e realtà, ci si aspettava un contributo maggiore nel plasmare una personalità musicale dall’aura inedita, o per lo meno con una sua unicità.
Per fortuna queste esibizioni interrompono la narrazione solamente a singhiozzi, relegandosi quasi a showreel per mostrare i magniloquenti costumi e la fisicità mozzafiato di Anne Hathaway, inaspettatamente azzeccata nel ruolo. Il cuore di Mother Mary emerge quando sceglie di lavorare per sottrazione, esattamente come quando la sua protagonista sceglie di privarsi delle sue vesti cristologiche per accedere all’autentica sé stessa, quasi in un rifiuto della religione in favore di un umanesimo ultraterreno.
È qui che Lowery, che sia con un semplice campo/controcampo o lasciando spazio alla performance corporale della sua stella, riesce con pochi elementi (e un graduale svelamento di essi) a raccontare il non detto, il sentimento amoroso che può tramutarsi in conflitto interiore e riversarsi negli oggetti che ci circondano grazie all’atto creativo, il portavoce del materiale emotivo.
Anche se meno criptico di quello che vorrebbe essere, Mother Mary rimane un progetto interessante, certamente di claudicante riuscita, seppur rimanga un’ennesima (buona) dimostrazione di quanto la settima arte ormai sia un mausoleo di spettri, che si guardano a vicenda tra le loro impalpabili “trame”.