Her Private Hell: nell’inferno di Refn c’è il vuoto cosmico. La recensione da Cannes 79

Her Private Hell Nicolas Winding Refn

Mentre una strana nebbia avvolge una metropoli futuristica e libera una presenza sfuggente e letale, una giovane donna tormentata, Elle (Sophie Thatcher) si mette alla ricerca di suo padre. Il suo destino si intreccia così con quello di un soldato americano impegnato in un disperato viaggio per salvare sua figlia dall’inferno, mentre incombe la minaccia di Leather Man, killer di giovani ragazze. 

A dieci anni di distanza dal suo ultimo lungometraggio per il cinema, The Neon Demon, il regista danese Nicolas Winding Refn pare rimasto ancorato alle medesime ossessioni di sempre, come imprigionato in un eterno remake dello stesso film: la bellezza femminile come culto patinato e feticistico (“Beauty isn’t everything, it’s the only thing”, si diceva nel film del 2016), il patriarcato come demone da esorcizzare attraverso un continuo rendez-vous con donne eteree e di luccicante avvenenza immerse in ambienti altrettanto levigati e dorati, l’esaltazione assoluta della forma come probabile, unico viatico per fare i conti con un evidente baratro creativo e d’ispirazione, o forse semplicemente per coccolarlo e sguazzarvi col massimo della soddisfazione e del compiacimento sornione. 

Da tempo Refn è diventato un marchio, o per meglio dire il brand di se stesso, come testimonia l’accento posto a più riprese sulla griffe “by NWR” e sul suo lavoro per spot di grandi case di moda. Le due serie tv che ha realizzato nel frattempo, Too Old to Die Young e Copenhagen Cowboy, usavano in maniera mirata il formato seriale per coltivare questa totale scarnificazione stilistica spinta alle soglie dell’installazione video-artistica, mentre Her Private Hell, ospitato non a caso Fuori Concorso al 79esimo Festival di Cannes, che nel 2011 lo aveva incoronato miglior regista per Drive, si propone oggi come la resa infantile e sfacciata di un vuoto pneumatico di difficile risoluzione (il progetto è peraltro nato in seguito a un’esperienza di premorte che Refn stesso dice di aver vissuto). 

Le citazioni (a Blade Runner, con un personaggio di nome K, al Mario Bava di Terrore nello spazio, alle note depalmiane contenute nella comunque notevole colonna sonora di Pino Donaggio) sono talmente smaccate al punto da voler quasi stipulare spudoratamente un patto di fiducia al ribasso con lo spettatore, mediante un immaginario che trasforma anche la cinefilia più onnivora in una pulsione masturbatoria e necrofila, con esiti rigorosamente glitterati e virati e al neon. I dialoghi sono ridotti all’osso, in apertura si ironizza sulla Piccola fiammiferaia del favolista danese Hans Christian Andersen con una labile suggestione che richiama il suo celebre connazionale (le donne di Refn sono fate e al contempo streghe, a tratti demoniache ma anche divinità soprannaturali) e tutto è avvolto in una “nebbia” esplicitamente evocata che somiglia alla stessa opaca coltre di sterilità in cui Refn dà l’idea di essere ormai irrimediabilmente sprofondato. 

Della forza ancestrale dei suoi primi film, che l’avevano imposto come un nuovo autore-bussola del cinema contemporaneo, sembrano sopravvivere soltanto il maledettismo di fondo e i totem irrinunciabili (a cominciare dalla fissazioni per le mani e per la potenziale castrazione del maschio, non più capaci di stabilire un contatto tattile con la propria virilità e con le estensioni falliche in grado di esercitarla), ma qualunque sostanza è stata soppiantata da una devozione formale intenta a costruire un altare a se stesso e al proprio bagaglio immaginifico. 

Va riconosciuta a Refn la capacità di intavolare un corpo a corpo coi propri demoni che ha il sapore del ridicolo spesso volontario, come se ci trovassimo al cospetto di un cineasta dannatamente consapevole di ciò che continua a soggiogarlo e allo stesso tempo ostinato, come da lui stesso dichiarato in passato, a distruggere sistematicamente il successo pop su larga scala che gli era piombato addosso, quasi suo malgrado, con Drive. Da questo punto di vista Her Private Hell, ambientato in una simil-Tokyo ancora più astratta e impalpabile della Bangkok di Solo Dio Perdona, pare quasi prendere atto della vanità della pratica artistica nell’orizzonte esclusivamente merceologico del presente e liberare svergognatamente tutto ciò che da molto tempo a questa parte ne abita l’estasi creativa, sancendo così la vaporizzazione forse definitiva di Refn stesso e lasciando intravedere in filigrana un vuoto di senso in qualche modo ben più grande dei confini stessi del grande schermo.

Fonte: Film: trame e trailer - Best Movie
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