
Nell’ultimo film di Noah Baumbach, Jay Kelly, in Concorso a Venezia 82, George Clooney interpreta un divo del cinema che ha avuto tutto dalla sua carriera ed è celebrato da più parti come l’ultimo grande “eroe del cinema”. Figura carismatica e affascinante, ha saputo attraversare i decenni conquistando il cuore degli spettatori con il suo fascino malinconico e un carisma stropicciato. Eppure, il senso di vuoto che lo pervade è profondissimo.
Con i figli ha un rapporto travagliato; lo circondano fin troppe persone pronte ad assecondare ogni sua esigenza, eppure si sente più solo che mai, lacerato dalla sensazione di aver sprecato gli anni migliori della sua vita inseguendo con ostinazione il sogno giovanile di sfondare come attore, sacrificando affetti e relazioni. Preferirebbe che la figlia andasse al college anziché tentare la carriera d’attrice e intrattenersi con un giovane regista francese. Intanto, un collega (interpretato da Billy Crudup), nel pieno della carriera, lo accusa di avergli sottratto sia l’amore che il ruolo perfetto: tutto ciò che aveva all’epoca.
Gli anni passano, ma l’essere umano sembra ormai sopraffatto dalla star, che non sa più chi è (“Come posso interpretare le persone, se non le tocco?”). Fin dalle prime battute è chiaro come Baumbach costruisca una sorta di canto funebre e bilancio esistenziale intorno alla figura di Clooney, che si ritaglia uno di quei ruoli testamentari e autunnali, perfetto suggello di un’intera carriera.
Si percepisce subito come nel personaggio ci sia molto del suo divismo sornione, ma stavolta avvolto in una nube di malinconia. Mai prima d’ora Clooney aveva mostrato in scena, con tanta sincerità, una smorfia di dolore che piega la sua consueta espressione ironica verso il rimpianto e la nostalgia. La sceneggiatura, tambureggiante e millimetrica, lascia emergere questi sentimenti anche in sequenze in cui la rottura della quarta parete introduce una dimensione teatrale, e persino metafisica, del ricordo e del vagheggiamento di una perduta età dell’oro — del cinema e della vita. Ricordi che sono al contempo combustibile per andare avanti e gabbia dorata che lo tiene imprigionato nella consapevolezza di essere stato, spesso, un padre e un compagno manchevole.
Jay Kelly ha sempre usato quello che definisce “metodo leggero”: non l’immedesimazione totalizzante del metodo americano, ma un approccio pragmatico e istintivo alla recitazione, che l’ha reso un perfetto totem romantico, amato da tutti. Tanto da conquistare milioni di spettatori e accedere senza sforzo allo status di icona. Si guarda allo specchio citando Cary Grant, Clark Gable, ma anche Robert De Niro, senza mai abbandonare quella coltre di tristezza e rassegnazione che sa comunque esprimere con vitalità. Anche quando Baumbach alza il tiro della messinscena, citando visivamente Hitchcock — le scene in treno sono vere e proprie “stazioni della vita”, illuminate da giochi chiaroscurali — senza dimenticare la screwball comedy di Preston Sturges, già affrontata da Clooney con vigore nei film dei Coen.
Colpisce soprattutto la precisione con cui Baumbach (che ha scritto il film insieme all’attrice britannica Emily Mortimer) radiografa uno star system hollywoodiano soggiogato da una fragilità emotiva strutturale, dove è difficilissimo far convivere stima umana ed esigenze capitalistiche. Il viaggio in Italia, di memoria rosselliniana, si configura come un detour macchiettistico ma anche vitale, immerso nelle facezie e nella solarità squinternata del Belpaese (in piccoli ma significativi ruoli compaiono anche Alba Rohrwacher e Giovanni Esposito).
In tal senso, a rubare la scena è soprattutto Adam Sandler, nel ruolo istrionico ma misurato del manager di Jay Kelly: suo “migliore amico”, ma anche destinatario del 15% dei suoi guadagni.
Laddove tutto ha un prezzo, la memoria arretra, vacilla, si annulla, in un impeto di nostalgia terminale. E tutti i ricordi — per un divo di fascia A come per i suoi spettatori — finiscono col coincidere con il cinema stesso.