
Le riprese del film di Franco Maresco su Carmelo Bene vengono bruscamente interrotte dopo l’ennesimo incidente sul set. A staccare la spina è il produttore Andrea Occhipinti, esasperato dai ciak infiniti e dai ripetuti ritardi. Dal canto suo, il regista accusa la produzione di “filmicidio”, facendo poi perdere le sue tracce. A cercare di ricucire lo strappo è un amico di Maresco, Umberto Cantone, che chiama a testimoni tutti coloro che hanno partecipato all’impresa, in un’indagine che è l’occasione per ripercorrere la personalità e le idee dell’autore più corrosivo del cinema italiano. E se intanto, lontano da tutto e da tutti, Maresco stesse ultimando il suo film, diventato “il solo modo per dare forma alla rabbia e all’orrore che provo per questo mondo di merda”?
Un film fatto per Bene, da questo punto di vista in teoria strettamente ombelicale ma in realtà spaventosamente attuale e universale, è forse il punto alto della produzione irregolare, frastagliata ma allo stesso tempo spaventosamente coerente di Franco Maresco, il suo definitivo “Muoia Sansone con tutti i Filistei”, ma ovviamente un po’ anche una sorta di sua personale versione, dato l’artista “contro il cinema“ per eccellenza omaggiato fin dal sarcastico e bellissimo gioco di parole del titolo, dell’Uno contro tutti di Carmelo Bene al Maurizio Costanzo Show.
Ergendosi a cattiva coscienza, sempre più macabra e disperata, di se stesso e della sua eredità artistica ma anche del cinema italiano tutto, Maresco trova in Andrea Occhipinti di Lucky Red una nemesi su schermo nero e in voice over per mostrarsi ancora una volta, probabilmente nella maniera più dissacrante, punitiva (anche verso se stesso), assolutista e iconoclasta possibile, come l’ultimo grande eretico del cinema italiano.
«Da tempo mi sono accorto che ogni mio film non è stato altro che una trappola in cui mi andavo a infilare con impietoso autolesionismo. Stavolta, però, per la prima volta, ho paura che non ne uscirò bene, diciamo tutto d’un pezzo. Avrei dovuto dare ascolto ai consigli della signorina Filomena, la vecchia maestra che mi faceva il doposcuola alle elementari, la quale mi ripeteva sempre la storiella della gatta e del lardo, ma ormai è tardi per pentirsi. Tra l’altro, nel frattempo, il lardo è pure finito», dice lui stesso di sé.
Muovendo dall’impossibilità quasi wellesiana di realizzare il suo film dei sogni su Carmelo Bene, Maresco si erge con luminosi deliri psicotici ed egomaniaci a demiurgo nichilista definitivo, a Socrate dell’osceno siciliano e palermitano che da sempre nel suo cinema, fatto di scarti e frattaglie antropologiche ributtanti e post-apocalittiche, è metonimia dell’Italia intera, del suo rapporto fragilissimo e disperato con la malattia mentale e con le forme dominanti del potere e della rappresentazione romano-centrica, per sua natura ottusa, mediocre ed escludente come già ai tempi della resistenza all’immaginario berlusconiano dominante che fu Cinico Tv.
Qui è proprio il cinema italiano romano e di sistema a essere canzonato e mandato all’inferno con implacabile e mefistofelica ferocia, insieme a quella dose di auto-indulgenza in cui Maresco stesso omaggia se stesso ergendo un monumento al suo passato, anche quello con Daniele Ciprì, senza più il pudore di mostrarsi nella sua versione più giovane, non riconciliata, dal sorriso ancora sornionamente visibile e dai capelli lunghissimi sulle spalle (a proposito di Sansone e del recupero di una “forza” sovrumana perduta), finita a sfidare faccia a faccia la censura, il bon ton della media borghesia del cinema e della società italiana tutta e perfino le accuse di oscenità e vilipendio della religione arrivate in tribunale per via dell’epocale Totò che visse due volte e dei suoi indimenticati e controversi strascichi.
Un film fatto per Bene è, in fondo, a chiare e manifeste lettere, la vertigine più nietzschiana del cinema dell’autore, un “Maresco è morto, viva Maresco” che, in assenza di reali eredi in grado di raccoglierne lo scomodissimo testimone, si fa seduta spiritica pasoliniana lastricata di gironi infernali veri e propri: i loop in tondo in strada col suo autista personale col quale recitare le preghiere alla Madonna; i dissidi laceranti con un’idea anchilosata e tradizionale di “macchina produttiva”; la sindrome maniaco-depressiva e i rituali anancastici per esorcizzare un male oscuro che paralizza tanto l’ispirazione quanto le riprese; perfino un cameo di Antonio Rezza per inscenare addirittura la depressione della Morte in una strepitosa sequenza onirica bergmaniana che rifà la celeberrima partita a scacchi de Il settimo sigillo e che probabilmente non sarebbe affatto dispiaciuta al compianto maestro nero e anch’egli somma “cattiva coscienza” della critica italiana, Goffredo Fofi, al quale Maresco ha dedicato anche il corto Goffredo Felicissimo?, presentato a Venezia 82 poco prima che Un film fatto per Bene vi passasse in Concorso.
A spiccare e a rimanere tatuato nelle memoria è però forse, com’era naturale che fosse per la comunità cinefila riunita intorno a Maresco. elevandolo a suo totem più incendiario e al contempo più reietto, il segmento con protagonista un Francesco Puma liberamente e causticamente massacrato e spinto alle estreme conseguenze del sadismo caro a Maresco, anch’egli naturalmente mandato “all’inferno” – o per meglio dire al diavolo – insieme a Gigi Marzullo e a a un po’ tutto il cinema italiano (con riferimenti pepati anche a Fabrizio Ciavoni e alla sua partecipazione come figlio di Sabrina Ferilli e Christian De Sica in Un altro ferragosto di Paolo Virzì: “Se stai a Roma, qualcosa succede sempre”).
Come suggerito dallo stesso Maresco, in questo presente orribile e orizzontale, in cui vige una dittatura social della semplificazione e dell’istantaneità, i parvenu senza niente da dire hanno rimpiazzato i contenuti in barba a qualsiasi primato etico e novecentesco della forma e uno come lui non può che continuare a essere un profeta errabondo e rinnegato. Il cinema si riduce coì, parafrasando come sempre Carmelo Bene, a una meretrice morta – o forse nata già decomposta e in putrefazione – e la settima arte non può che ridursi a buco nero collettivo, a un refugium peccatorum degli incapaci e dei disperati, anche perché di questi tempi un film non si nega davvero a nessuno e “La tecnologia è la vendetta dei mediocri sugli artisti veri: chi non sa fare niente oggi può sempre fare un film”.
Citando frontalmente il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer, Maresco sembra essere forse questa volta definitivamente impazzito, sprofondando in un caos tanto creativo quanto sulla carta depressivo quanto, alla fine della fiera, pieno di invenzioni di sconcertante, vitalissimo e inesausto genio umoristico e cinematografico: il crocifisso raddrizzato per assecondare il proprio disturbo ossessivo-compulsivo anche nel rituale del confessionale, il prete “posseduto” diabolicamente da Carmelo Bene, un esorcismo spirituale perfino nei confronti di se stesso – dove in un ritiro mistico-religioso viene addirittura viene chiamato “Francesco”, come recuperando il proprio nome di battesimo all’interno di una relazione terapeutico-psichiatrica – che è al contempo indulgente agiografia e martirologio buio, nero come la pece, senza alcuna redenzione possibile.
Il finale deliberatamente e gioiosamente metafisico, che riporta d’attualità il faro del pensiero pasoliniano (Che cosa sono le nuvole?), è l’ultimo definitivo coup de théâtre di un artista prezioso, dissidente, mai conciliante, per certi versi irripetibile, mai timoroso – per citare un requiem di Ciprì e Maresco del 1996 in cui Carmelo Bene leggeva un brano da La signorina Rosina di Antonio Pizzuto, ripreso e citato nel monologo più funebre e mortuario in assoluto di Un film fatto per Bene – di mandare tutto a(i) rotoli. A patto di smettere però, auspicabilmente, finalmente e magari una volta per tutte, di parlare di film e di cinema.