
Il musicista jazz Y. (Ariel Bronz) e sua moglie Jasmine (Efrat For) frequentano il bel mondo di Tel Aviv, esibendosi alle feste di lusso e, spesso, vendendo i loro corpi ai rappresentanti dell’élite. Per Y., però, le cose precipitano quando, dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, viene incaricato di comporre la musica per un nuovo inno nazionale. Da quel momento, il musicista dovrà fare i conti con le implicazioni morali della propria arte.
Come può un cineasta israeliano metabolizzare il massacro di Gaza? Come si può continuare a fare cinema all’interno degli apparati produttivi di uno Stato macchiatosi di genocidio? Cosa filmare, oggi, mentre il rumore assordante delle bombe risuona a poca distanza da un popolo che continua a perpetrare la propria indifferenza? Muove da queste domande il regista israeliano Nadav Lapid in Yes, presentato alla scorsa Quinzaine des Cinéastes di Cannes e poi alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Best of 2025.
Il regista — Orso d’oro per Synonymes — orchestra una partitura visiva folle e selvaggia, in cui l’amoralità drogata e lussuriosa dei due protagonisti somiglia a una sorta di ovatta per silenziare la consapevolezza di un orrore indicibile, abbandonandosi a una danza sfrenata e iperrealista fatta di passioni forti e piaceri senza redenzione. La rappresentazione dei capi della società israeliana — demoniaci, turpi e amorali — e dei loro bagordi è sorretta da uno stile incendiario che mescola citazioni da Cuore selvaggio di David Lynch (con Love Me Tender di Elvis Presley a esplicitare la citazione) e un approccio sperimentale e assolutamente poco ortodosso, dedito a un costante senso dello sberleffo e della provocazione verso gli apparati statali israeliani e le loro colpe.
Lapid crea un film ebbro di vitalità ma anche di disagio e senso di inadeguatezza, in cui il protagonista vive un percorso in tre atti che, dalla “bella vita” iniziale — come recita il titolo del primo capitolo — ne attraversa altri due intitolati “Il percorso” e “La notte”. Se il primo è in assoluto il più flamboyant e anche il più estremo, gli altri due non sono da meno nel raccontare il progressivo avvicinarsi alla metabolizzazione di quanto accaduto il 7 ottobre e di ciò che si è scatenato successivamente ai fatti del Nova Festival.
Se da un lato, come dice Jasmine a Y., il generale israeliano va “lasciato vincere” perfino in una gara canora, dall’altro non si può rimanere indifferenti di fronte a un film che mostra come in Israele abiti innanzitutto lo sfregio dell’umanità, ancor più che quello del buon gusto. Lapid racconta, sostanzialmente, un’impotenza; parla di una felicità che può esistere solo nella “sottomissione”, nella resa, nella dicotomia radicale tra il sì e il no, tra la compiacenza e il rifiuto.
Disperato e apocalittico, Yes è un film in cui l’inno israeliano risuona macchiandosi concretamente di sangue e il protagonista arriverà a dover sfogare la propria rabbia osservando l’orizzonte della Striscia di Gaza martoriata dalle bombe. In quanto israeliano, la nevrosi del dover soggiacere a un’ideologia in cui il nemico va eliminato solo perché “porta la svastica”, e in cui Israele esiste come esecutore di una politica guerrafondaia di apartheid (“Noi almeno abbiamo una guerra”), dà vita a un lacerante urlo di disperazione, senza requie né compromessi.