Ian Curtis si impiccò a soli 23 anni, mettendo fine in modo così tragico ad una vita altrettanto tragica, segnata dall’epilessia e dalla depressione.
Con la sua morte è entrato a far parte di quella sfortunata schiera di artisti scomparsi, per un motivo o per un altro troppo presto, e per questo è diventato un mito per tutti quelli che amavano la sua band di cui era la chiave di volta, essendone fondatore, paroliere e cantante: i Joy Division.
Ora, come sempre, fare un biopic comporta spesso il rischio che il racconto della vita del soggetto in questione possa trasformarsi in un’opera agiografica e celebrativa, un’accozzaglia di esperienze, più o meno vere, che, nella maggior parte dei casi non rendono mai davvero onore alla persona.
Questo, per i fan dei di Curtis e dei Joy Divion non è certo il caso.
Il regista, Anton Corbijn, qui al suo esordio cinematografico, famoso per essere il fotografo e regista di videoclip, ormai entrati nella storia della musica, di band come Depeche Mode in particolare (chi non ricorda il video di Enjoy the Silence), U2, Killers e Coldplay solo per citarne alcuni, è stato in grado, con la sua opera prima, di non cadere nella trappola e costruendo un film elegante e intelligente.
Control è un film asciutto, che ha come suo maggior pregio quello di mettere al centro della narrazione non la rockstar decadente e maledetta, ma il ragazzo fragile e sensibile, bisognoso d’amore e incapace di comunicare pienamente con chi gli sta intorno.
I Joy Division e la loro musica, fanno solo da cornice a questo dramma interiore personalissimo, trattato in un modo talmente rispettoso e pacato, che ad una visone superficiale, fa sembrare quello di Corbijn un film quasi trattenuto, ma che se si scava ben più nel profondo, rispecchia invece alla perfezione il senso di distacco provato dal giovane Ian (un bravissimo Sam Riley) nei confronti del mondo e delle sue stesse emozioni.
Detto questo, è normale che Control si riscaldi, per così dire, con l’entrata in scena di Annik Honorée (Alexandra Maria Lara), la giornalista belga di cui Curtis s’innamorò e che mise a durissima prova il suo rapporto con la moglie Deborah.
Anche questa parte della vita di Curtis è trattata da Corbijn con sensibilità e dimostrandosi capace di evitare luoghi comuni e, soprattutto, evitando di dare un qualsivoglia giudizio.
Insomma il regista descrive, quasi, con affetto lo straordinario bisogno d’amore del suo protagonista: un bisogno intenso e bidirezionale, mai ipocrita o opportunista.