
After the Hunt – Dopo la caccia è il Carnage di Luca Guadagnino, per certi versi un controcampo ancor più velenoso di Challengers, un triangolo infuocato sentimentale, sessuale, affettivo e lavorativo, in cui il mondo accademico è la cartina al tornasole di un dialogo tra generazioni segnato da ambivalenze, sospetti, ambiguità, soprusi e colpi sotto la cintura, pronti a sparigliare le certezze di tutti gli attori in campo, a prescindere dall’età anagrafica di appartenenza.
Un vero e proprio jeu au massacre, in cui non si fanno prigionieri, dove nessuno si salva e non esiste reale redenzione per le miserie di nessuno. La ferocissima e altrettanto precisa sceneggiatura di Nora Garrett viene trasposta dal regista di Chiamami col tuo nome in un kammerspiel tanto verboso quanto sempre sottilmente tagliente, girato con indubbia e cristallina eleganza, in cui la colonna sonora di Trent Reznor e Atticus Ross è come sempre un film nel film, una partitura sonora che non rivaleggia con le immagini, frammentandone, distorcendone, moltiplicandone il senso ultimo.
Già i titoli di testa sbandierano eloquentemente lo stesso font bianco su sfondo nero dei film di Woody Allen, omaggiandone in particolare la fase più crudele e vigorosa della sua produzione drammatica, quella tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, che includeva film come Un’altra donna, Crimini e misfatti, Mariti e mogli. La storia è quella della studentessa modello Maggie (Ayo Edebiri), che getta nel caos l’ateneo di Yale accusando di abusi sessuali il docente Hank (Andrew Garfield). A farle da consigliera, oltre che da supporto morale, è la più esperta Alma (Julia Roberts), ma c’è una prestigiosa cattedra in palio e rancori, non detti e reciproche menzogne sono in agguato, pronte a far saltare il banco delle certezze di tutti gli attori in campo.
Appare evidente come a Guadagnino interessi soprattutto intavolare un kammerspiel che faccia duellare in modo spietato e senza esclusione di colpi tre generazioni in rotta tra loro (Gen Z, millennial e boomer), ricorrendo a scrittura triadica che, citando esplicitamente Hegel e Freud, fa del personaggio di Garfield, maschio etero bianco, il vettore di un inconscio del rimosso collettivo del presente, con Maggie a fare da perno egotico del racconto e Alma (che sul comodino ha I Buddenbrook di Thomas Mann) a dover suggellare un’ideale sintesi che risolva il conflitto triadico e appiani i tre roventi vertici del triangolo. Un tentativo che però, manco a dirlo, è destinato a scontrarsi con l’evidenza di un costante, sadico e anche sardonico rimescolamento di questi tre ruoli, che nell’arco dell’infuocato racconto in cui le parole sono ben peggiori delle pietre, finiscono con lo scambiarsi e con l’invertirsi reciprocamente.
Il mondo accademico, con le sue scelte di convenienza ma anche con le sue ambivalenze e giochi sporchi perpetrati rigorosamente sotto banco, diventa per Guadagnino un campo di battaglia da far deflagrare a più riprese. Già il ticchettio martellante che invade le immagini fin dai loghi iniziali rende l’idea di come il presente abbia smarrito definitivamente il tempo di un dialogo sano, appianato e pacificato, di come il tempo del compromesso sia effettivamente scaduto e regni ormai un caos dialettico tutto da decrittare e nel quale non resta che essere al contempo vittime e carnefici, individui arroccati sulle proprie convinzioni ma anche pedine da manovrare e agnelli da gettare in pasto ai lupi, in una costante rimodulazione dei punti di vista.
Lo squilibrio di potere sul lavoro e nelle università è un tema più che mai attuale, ma in After the Hunt, il cui titolo può ricordare l’enunciato di Armie Hammer in Chiamami col tuo nome, il desiderio, come la sete di sangue e di affermazione, non è più rimandabile, la caccia è già avvenuta e non resta che stabilire un confine – sfumato, incerto, contraddittorio, perfino intrinsecabilmente violento – tra le vittime e i carnefici, i predatori e i predati. Il tasso di intellettualismo è altissimo, ma la forma insegue sempre il contenuto rovesciando canoni e certezze, e trovando soprattutto in improvvisi primi piani di matrice soffusa, quasi bergmaniana, un correlativo oggettivo furente e destabilizzante della portata della guerra in atto.
In questa microfisica del potere che passa dal quotidiano delle aule di studio a fare da faro, è soprattutto la de-soggettivazione di Giorgio Agamben, anch’esso esplicitamente evocato dallo stesso Hank, come se Guadagnino sentisse come sempre il bisogno di chiarire a dovere l’impalcatura ideologica e intellettuale su cui si basano le sue sinuose e affascinanti provocazioni, che qui incrociano anche il tema degli stadi dell’esistenza cari a Kierkegaard e in colonna sonora fa struggentemente capolino anche L’incontro di Piero Ciampi. Il personaggio “migliore”, ancora una volta, spetta a Michael Stuhlbarg nei panni del più materno compagno di Alma, ma anche a lui – a dispetto della sua posizione sopraelevata e distaccata di psicanalista – è riservata una quota di disperazione finale che fa di After the Hunt (ambientato nel 2019, prima del Covid ma anche in coda alla prima presidenza Trump) una implacabile radiografia del nostro tempo. It happened at Yale, ma sarebbe potuto accadere ovunque.