Joie de Vivre è l’atto d’amore definitivo di Luca Guadagnino a Bernardo Bertolucci

Joie de vivre Guadagnino recensione

“Joie de vivre era un’espressione particolarmente cara a Bernardo Bertolucci, che la usava spesso per evocare sia la leggerezza che rende bella la vita, sia l’incanto e la bellezza del fare cinema”. Con Joie de vivre. Appunti, pensieri, parole, riflessioni, volti, visioni su Bernardo Bertolucci e la cinefilia del 20° secolo che non esiste più, Luca Guadagnino ha portato in fuori concorso a Venezia 83 un documentario di 7 ore sul suo maestro, al quale lo vincola una corrispondenza di amorosi sensi duratura e persistente, che il tempo non ha scalfito e che, come si può constatare con mano viva vedendo quest’atto d’amore fluviale e appassionato, ha trovato nuovi modi di interrogarsi, di smuovere l’immaginazione e le riflessioni del cineasta palermitano e, in un’ultima ma non secondaria istanza, di interrogare anche il presente e il nostro legame col cinema, le immagini e ciò che resta della pratica critica.

“Insieme esploreremo l’eredità del cinema di Bertolucci: come i suoi film sappiano rivoluzionare l’idea stessa della settima arte – specialmente in chi deve ancora scoprirli – e perché certe interpretazioni critiche consolidate nel tempo si siano rivelate profondamente miopi e, in ultima analisi, fuorvianti”, dice nelle note di regia Guadagnino, che mette in chiaro fin dal prologo come il suo sarà molto più di un documentario: la restituzione di un alfabeto sentimentale a lui carissimo, in cui la macchina da presa è immediatamente chiamata a setacciare stanze e ambienti, mostrando memorabilia e oggetti di casa Bertolucci ed evocandone con dolcezza il fantasma.

Arriva poi subito una confessione relativa a Piccolo Buddha (“L’unico film di Bernardo che ancora oggi non riesce a piacermi”), come se sentisse il bisogno immediato di togliersi questo sassolino, anche perché tante volte, specialmente con la cinefilia, interrogarsi su ciò che non ci piace conta molto di più che celebrare ciò che sappiamo già di amare. Ma quello di Guadagnino per Bertolucci, come dice lui, è “un innamoramento perpetuo, integrale ed essenziale”: il maestro parmense è la figura in cui si è da sempre rivisto e che ha provato a replicare, ammettendo ovviamente quanto questa missione sia impossibile e che ispirarsi a una figura del genere significa soprattutto perpetrarne la postura, la prospettiva sul mondo, la creatività libera da paletti precostituiti e guidata da quelle insopprimibili “politiche del desiderio” che uno sguardo apolide, sensuale ed erotico – caratteristica che li accomuna – può senz’abbracciare più di tanti altri.

È interessante in particolar modo la maniera in cui viene “riprocessato” Ultimo tango a Parigi, accogliendo anche le testimonianze di giovani critiche cinematografiche straniere (per l’Italia sono invece presenti Marco Giusti e Cristina Piccino), facendo risuonare di quel film tormentato e controverso la straziante parabola biografica di Maria Schneider e ricostruendo abbastanza capillarmente punti di vista e retroscena della scandalosa sequenza del burro, con testimonianze-chiave della cineasta francese Catherine Breillat, presente in quei giorni sul set. Si azzardano anche letture molto profonde (come l’agitare costantemente, da parte di Bertolucci, il fantasma dell’omosessualità e della bisessualità, nel puntuale tentativo di processarlo), partendo sempre dalle immagini dei film di Bertolucci per provare a costruire una mappatura magmatica del XX secolo (si pensi in particolare a un film come Il conformista, maneggiato nel suo rigoroso ma anche eroticissimo radicalismo compositivo).

Accanto all’amico e compagno di necrologi Carlo Antonelli, tra le testimonianze extralusso e le personalità coinvolte da Guadagnino per accompagnarlo in questo viaggio figurano Martin Scorsese (che si sofferma sull’attualità e sulla capacità di intercettare il disagio giovanile di un film apparentemente lontanissimo nel tempo come Prima della rivoluzione), Margot Robbie, James Gray (con cui si disquisice anche di Letterboxd e di cinefilia odierna), Alfonso Cuarón (che opportunamente definisce Il tè nel deserto come il Morte a Venezia di Bertolucci), David Cronenberg, Francesca Manieri e il critico cinematografico irlandese Mark Cousins (che ribadisce l’impossibilità di perdonare a Bertolucci quanto fatto a Schneider).

Ne viene fuori una sinfonia di immagini, letture e interpretazioni polifonica e gioiosa come il suo titolo: un ipertesto bertolucciano che invita a riscoprire l’intuizione intellettuale come slancio di conoscenza di sé e del mondo, senza autocommiserarsi in una contemporaneità spesso mediocre, ma tornando ad agitare una certa dose di curiosità come unico grimaldello per continuare a guardare il cinema in maniera accorata, generosa e appassionata, sorretti da quel voyeurismo bruciante e privo di compromessi in grado di continuare a illuminare le immagini di un significato politico proprio perché privatissimo e spudoratamente intimo.

Fonte: Film: trame e trailer - Best Movie
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