BoJack Horseman: l’inizio della fine è il cambio di rotta tanto atteso – La recensione

Alla fine è terminata anche BoJack Horseman, o meglio sta per terminare. Perché la serie creata da Raphael Bob-Waksberg e disegnata da Lisa Hanawalt dopo cinque stagioni di alto livello, apprezzatissime dalla critica e amata da una fetta sempre più grande di spettatori è arrivata alla sua stagione conclusiva, che Netflix ha deciso di dividere in due parti, una appena arrivata sulla piattaforma e l’altra in arrivo a gennaio.

Questa divisione ha comportato anche un cambio di formato, perché al posto di una stagione da dodici episodi l’epilogo si sviluppa in due mezze stagioni da otto episodi ciascuna, permettendo così agli autori di affrontare con attenzione una quantità maggiore di tematiche e lavorare meglio su tutti i personaggi.

La prima cosa che salta all’occhio è il nuovo percorso condotto dal protagonista, che dopo anni di autocommiserazione costante prova finalmente e realmente a cambiare rotta, riuscendo a muoversi almeno un po’ dal punto in cui era rimasto impaludato ormai da anni. Il protagonista della serie, infatti, rappresenta alla perfezione lo stereotipo dell’ex uomo di successo che oggi, arrivato ai cinquant’anni, non ha più dalla vita le soddisfazioni di una volta e si lascia andare ad abusi di ogni genere.

Il narcisismo di BoJack in questi anni è stato esplorato dalla serie in tutte le sue forme, evidenziandone prima di tutto le ragioni che lo hanno prodotto e andando in questo modo a scavare nel suo passato fino a trovare una grande quantità di traumi subiti fin da bambino. Questa però non è mai una scusante, non è mai una giustificazione, perché i comportamenti spregevoli compiuti dal protagonista sono sempre e comunque figli di un egoismo condannato senza se e senza ma, il frutto della totale indifferenza verso le altre persone e di un egocentrismo che possono avere dimora solo in una persona come lui che siede in cima alla piramide sociale, sulla sedia del più privilegiato tra i privilegiati.

Lavorare sulla presa di coscienza da parte di BoJack Horseman delle conseguenze dei propri comportamenti, della sua tendenza a ferire e far soffrire tutti coloro che gli stanno intorno, significa per la serie fare un grande balzo rispetto al passato, dimostrando anche una grande dose di coraggio perché fino a quel momento il ritratto del miserabile malgrado se stesso, carnefice ma anche vittima, aveva funzionato.

Ora però non è più il momento di essere indulgenti, perché (sembrano dirci gli autori) se BoJack vuole essere perdonato o almeno vuole cercare di redimersi, deve rimboccarsi le maniche e provare a riguadagnare l’attenzione, il rispetto e la stima del mondo esterno, che nel corso di questi anni ha fatto di tutto per perdere. Il rehab è il primo passo, uno dei più importanti, ma le conseguenze di questo impavido cambio di rotta non riguardano solo il protagonista, ma anche la struttura narrativa dello show e quindi gli altri personaggi.

Abbandonare la centralità del protagonista, o comunque metterne in discussione le proporzioni per inchiodarlo di fronte alle sue responsabilità, vuol dire anche dedicare maggiore spazio a tutti gli altri, rendendo Diane, Todd, Princess Carolyn e Mr. Penautbutter non solo delle simpatiche figure che vivono in funzione di BoJack (come in diversi casi è sembrato in passato) ma come personaggi a tutto tondo, capaci di evoluzioni proprie e indipendenti.

Todd smette di essere il comic relief della serie dando vita a un percorso di autodeterminazione vero e proprio, basato sulla discussione della sua identità e dei suoi desideri. La love story con al centro Mr. Peanutbutter è dipinta in tutte le sue contraddizioni e oltre a creare eccellenti situazioni comico ragiona anche sui rapporti di dipendenza nelle storie d’amore. Princess Carolyn sembra poter trovare finalmente un equilibrio tra l’essere madre e un’ambiziosa professionista, non prima di aver mostrato al pubblico tutte le difficoltà intrinseche a questa condizione. Diane, infine, rappresenta forse il personaggio più maturato di tutti,  colei che maggiormente ha subito l’influenza dei maschi nella propria vita e rispetto ai quali troppo spesso ha commesso l’errore di farsi da parte. Oggi Diane ha preso in mano la propria esistenza, tanto da trovare la felicità con un persona che non è né un divo né un uomo di successo, un uomo normale, il cui nome (Guy) sottolinea con precisione la sua irrilevanza all’interno di un percorso che, in fondo, riguarda solo Diane.

Il punto più alto della stagione è forse l’ultimo episodio, in cui mancano tutti e cinque i personaggi principali, perché gli autori preferiscono dedicarsi ad altro, al contesto messo in scena e alle conseguenze della presenza di BoJack nel mondo. Tanta attenzione viene dedicata alle donne nel mondo del cinema, alle difficoltà che incontrano a Hollywood e alle soglie di sbarramento che devono superare per cercare di ottenere la fiducia da parte dei produttori, mentre Polanski (che dovrebbe essere in prigione) continua a fare film su film, come si sente in una delle più ficcanti battute dell’episodio.

Non sappia come si concluderà BoJack Horseman, ma per adesso possiamo affermare con certezza di trovarci di fronte a una pre-conclusione eccellente, capace di far progredire tutti i personaggi, sganciare BoJack da quella paralisi vittimista in cui era inchiodato e dare un senso alla traiettoria narrativa degli altri personaggi. La cupezza non accenna a sparire, perché i danni fatti dal protagonista al prossimo non lasciano tanta speranza, come viene alluso dal finale di stagione che ci lascia in grande attesa dell’epilogo in arrivo a gennaio.

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Fonte: Bestserial – Best Movie
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