Le Città di Pianura: dai bar veneti alla Croisette. La recensione del film di Francesco Sossai

Il cinema di Francesco Sossai, figlio della provincia bellunese, presenta un costante senso di sospensione, che sia quella tra due millenni (Il Compleanno di Enrico) o di un’identità culturale squarciata tra Italia e Germania, ma anche solo tra le roboanti dinamiche della grande città e la placidità della periferia. Questo concetto di dualismo ricorrente emerge anche ne Le Città di Pianura, sua opera seconda a distanza di quattro anni da Altri Cannibali, nonché suo ritorno al Festival di Cannes, dopo aver partecipato alla Quinzaine des Cinéastes nel 2023.

La somiglianza con il quasi omonimo romanzo di Cormac McCarthy, Città della Pianura, non si ferma al solo titolo: anche qua i primi personaggi ad essere introdotti allo spettatore sono due erranti cinquantenni senza una meta o un obiettivo in mente. Esattamente come i cowboy protagonisti del libro, Carlobianchi (Sergio Romano) e Doriano (Pierpaolo Capovilla) si dilettano in riflessioni filosofiche dettate dall’ebrezza alcolica, e nella ricerca del pub successivo dove potersi rifugiare fino alle prime luci del giorno. Una sera il duo di spiantati coinvolge il giovane Giulio (Filippo Scotti), studente di architettura fuorisede, in una maratona all’ultima bevuta.

Il trio di interpreti, caratterizzato da un’ottima alchimia e spontaneità, viene imbarcato in quello che, a tutti gli effetti, è un viaggio aderente alla struttura classica dell’on the road movie, ma miniaturizzato e circoscritto nella zona Alto Veneta, a cavallo tra Venezia e la provincia di Treviso. Proprio nella specificità geografica e nel ruolo narrativo riservato a queste zone, Le Città di Pianura trova uno dei suoi più invidiabili punti di forza.

Il contesto periferico non può che diventare un ulteriore personaggio del racconto, oltre che farsi specchio per i due derelitti, dimenticati dal mondo a loro circostante così come quei luoghi si ritrovano trascurati dal cinema nostrano. Non a caso la Tomba di Brion, complesso funebre firmato da Carlo Scarpa, ha un’importanza a dir poco funzionale nell’economia dell’intreccio. Non è solo un monumento dedicato alla fine, come quella che Carlobianchi e Doriano si ritrovano a contemplare già a cinquant’anni, ma rappresenta ancora uno stato sospeso, come evidenziato dal suo simbolo caratteristico dell’intersezione tra due insiemi. Lo scontro generazionale si intravede nei primi attriti tra il giovane Giulio e questi allegorici Sodoma e Gomorra, ma porta infine a una conciliazione da entrambe le parti, nonché a un necessario cambiamento quasi epifanico.

La risoluzione, così come l’intreccio, è estremamente rispettoso dei canoni del genere nel quale il lungometraggio si identifica; eppure Le Città di Pianura appare come una piccola rarità anche in termini di messa in scena. Si riscontra certamente una cura formale che all’apparenza può intaccare la sincerità del prodotto finito, che si ritrova, invece, impreziosito da soluzioni visive non banali e una fotografia ambrata che conferisce un’aura di immortalità alla parabola dietro al film.

Foto: Vivo Film, Rai Cinema

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Fonte: Film: trame e trailer - Best Movie
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