No Other Choice di Park Chan-Wook, travolgente atto d’accusa alla ferocia del capitalismo

No Other Choice recensione

Man-soo (Lee Byung-hun), specialista nella produzione di carta con venticinque anni di esperienza alle spalle, è così soddisfatto della vita da potersi dire sinceramente: “Ho tutto”. Trascorre felicemente le sue giornate con la moglie Miri, i due figli e i due cani, finché un giorno viene improvvisamente informato dalla sua azienda di essere stato licenziato. “Ci dispiace, non abbiamo altra scelta”, gli viene detto.

Finisce per lavorare in un negozio al dettaglio, col rischio di perdere la casa che aveva faticato tanto per acquistare, si presenta senza preavviso alla Moon Paper per consegnare il curriculum, ma viene umiliato dal responsabile di linea Sun-chul. Sapendo di essere più qualificato di chiunque altro per lavorare lì, prende una decisione: se non c’è un posto vacante per me, dovrò farmi assumere creandone uno.

A partire dal romanzo The Ax di Donald Westlake del 1997 (pubblicato in Italia nel 2008 da Alacran Editore col titolo Ax: Cacciatore di teste), dal quale nel 2005 Costa-Gavras aveva tratto Le Couperet (Cacciatore di teste), il regista sudcoreano Park Chan-wook, spostando ovviamente l’intreccio nel suo Paese, ha tratto una feroce parabola sulle insidie più macabre del capitalismo contemporaneo. In No Other Choice, come in molte parabole del cinema contemporaneo, è il tutti contro tutti e l’assoluta assenza di empatia e speranza a dettare legge, specie laddove la dittatura dell’utile ha reso le vite non più solo numeri, ma addirittura entità ectoplasmatiche, polverizzabili con uno schiocco di dita non solo dal punto di vista lavorativo, ma anche da quello identitario e familiare, con la medesima repentinità e assenza di sconti.

Westlake è anche l’autore del romanzo da cui John Boorman trasse Senza un attimo di tregua, che lo stesso regista di Oldboy definisce uno dei suoi film preferiti in assoluto. Di quel prison movie del 1967, spericolato ed esplosivo (Point Blank era il titolo originale), forte di un montaggio avanguardista per l’epoca che guardava addirittura alla Nouvelle Vague, No Other Choice, dedicato alla memoria dello stesso Costa-Gavras, riprende senz’altro lo spirito anarchico e antisociale, ma lo cala al mille per mille nell’universo espressivo dell’autore di Lady Vendetta, tra i più funambolici e radicali avanguardisti ancora oggi in circolazione.

No Other Choice è infatti un sontuoso saggio di regia in cui ogni intuizione di sceneggiatura e quasi ogni sequenza contengono un azzardo, un lampo di senso, una provocazione o anche solo la disperata presa di coscienza dello stato delle cose. Che sia un omaggio fisiologico a Tarantino (la svastica incisa sulla pelle) o un omaggio al cinema classico, che si tratti di una scena all’insegna della violenza fisica più estrema o di una coreografia marchiata a fuoco dal più turpe orrore familiare immaginabile, la matrice dell’immagine è la stessa e reca la firma di un formalista assoluto, interessato soprattutto alla vertigine dell’immagine e al suo sfrenato dinamismo, ma anche a tanti piccoli dettagli sottesi al suo sontuoso impianto registico, e che finiscono col creare innumerevoli cortocircuiti umoristici e perfino comici, senza rinunciare per questo a un briciolo del potere dissacrante dell’insieme.

Anche quando le cose sembrano precipitare e anche la messa in scena potrebbe sfuggirgli di mano, Park alza la posta in palio della sua provocazione iconoclasta, dimostrando – anche al cospetto di un tema difficilissimo da maneggiare – una fede incrollabile nelle immagini e nel loro potere dinamitardo e incendiario. Da questo punto di vista, No Other Choice è un film che finisce perfino, attraverso la musica, per urlare sopra le sue stesse immagini, come se la fine del postmoderno fosse un dato ormai conclamato (d’altronde, lo è decisamente da un pezzo) e per essere ascoltati, un po’ come nel mondo di oggi, non rimane molto altro che urlare, anche a squarciagola se necessario.

Da questo punto di vista, No Other Choice è per Park Chan-wook un po’ quello che Il mucchio selvaggio fu per Sam Peckinpah, ovvero il punto di massima deflagrazione di un immaginario e una resa cruda, nerissima e grottesca di fronte all’assenza di speranza del presente. Non stupisce dunque che il film, annunciato dall’autore a Busan nel lontano 2009, sia rimasto in cantiere per tutti questi anni, diventando un vero e proprio “progetto della vita” (prima pensato in inglese, poi fortunatamente realizzato in lingua coreana) che ha evidentemente trovato solo oggi – non del tutto a caso – la sua forma più compiuta e attuale, guardando alle miserie mondiali con uno sguardo orientale anche perfettamente, e forse perfino sintomaticamente, “occidentalizzato”, come nel caso del Parasite di Bong Joon-ho.

La dedica finale è ovviamente per Costa-Gavras, mentore di un cinema civile oggi scomparso e che Park ha voluto far rivivere, alla sua maniera, sotto forma di furibondo monito sulla stupidità umana e sulle conseguenze nefaste di azioni dettate da una superficialità immemore e da produttività cieca e ottusa, che finisce col recidere vite umane con la stessa scioltezza e naturalezza di un pugno d’alberi abbattuti come foglie al vento.

Fonte: Film: trame e trailer - Best Movie
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