Serpenti, la recensione del film da Venezia 83

immagine di serpenti

Di fronte a una tematica incendiaria e a un’emergenza sociale come il femminicidio, viene spontaneo porsi le solite domande sulla rappresentabilità, di conseguenza se un film affronta il problema nelle forme di una satira, con un dispositivo di genere che produce spesso anche la risata, il piacere rischia di assumere le forme di un’allarme intellettuale.

Serpenti è scritto dai fratelli D’Innocenzo assieme al regista Roberto De Paolis, che viene da un film bellissimo (e purtroppo poco visto) come Princess sul fenomeno della prostituzione, tutto costruito attorno alla quotidianità di una giovane ragazza nigeriana. Stavolta la donna, la vittima dell’omicidio, resta fuori camera (scelta di per sé controversa): è l’assassino, un uomo apparentemente placido (un perfetto Leonardo Lidi), a confessare il crimine direttamente agli spettatori.

Poi inizia, se così si può dire, la vita dell’omicidio all’interno della società: e quindi, il commissariato. Perché, per esistere, un omicidio deve essere “rilevato”: confessato, verificato, processato, giudicato. Qui, come in Un pura formalità di Giuseppe Tornatore, si opera una trasfigurazione: il commissariato diventa un teatro mentale, una trappola kafkiana, dove i ruoli sono destinati a ribaltarsi e il reo confesso verifica che alla sua espiazione nessuno è interessato. Ma allora?

Il film ha una struttura tripartita, costruita su tre incontri: il poliziotto che trascrive la confessione (Alessandro Borghi), l’avvocato d’ufficio che prende in carico il caso (Pietro Castellitto), una cartomante che legge il passato dell’assassino in sala d’attesa (Valeria Golino). Il primo incarna il disinteresse delle istituzioni, il secondo la solidarietà maschile, il terzo – forse il meno “leggibile” – le scorciatoie assolutorie della psicanalisi. Più un epilogo, che spinge il paradosso ancora oltre.

Ci sono due possibilità: vedere il film come l’incubo di un criminale, una versione romana, pigra, sudata del Canto di Natale di Dickens (è quella che noi preferiamo). Oppure, con un po’ di sforzo, prenderlo alla lettera. In entrambi i casi il congegno funziona: il film è molto divertente (Borghi è pazzesco, in particolare), spiazzante, quasi ipnotico. E pure efficace nel suo processo di denuncia, nel suo tenersi alla larga dalla retorica.

Fonte: Film: trame e trailer - Best Movie
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