Jupiter è un thriller nucleare ancora più terrificante di A House of Dynamite. La recensione da Venezia 83

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Solo un anno fa, alla Mostra del Cinema di Venezia, in molti uscivano dalla sala con addosso i brividi lasciati da A House of Dynamite. Il film di Kathryn Bigelow aveva trasformato diciotto minuti di possibile apocalisse nucleare in uno dei thriller più angoscianti degli ultimi anni: un missile di provenienza sconosciuta diretto verso gli Stati Uniti, una macchina politica e militare apparentemente preparata a qualsiasi scenario e, improvvisamente, la scoperta che davanti all’impensabile nessun protocollo sembra davvero sufficiente. Ora Venezia torna praticamente nello stesso incubo. Cambiano il Paese, i protagonisti e soprattutto il grado di precisione con cui viene raccontato, ma la domanda rimane identica. E Jupiter, esordio nel lungometraggio di Alexandre Smia presentato fuori concorso alla 83ª Mostra del Cinema, riesce per certi versi a renderla persino più terribile.

Una delle caratteristiche più discusse di A House of Dynamite era infatti il suo rifiuto di fornire risposte. Bigelow lasciava lo spettatore immerso nella stessa nebbia informativa dei personaggi: chi aveva lanciato quel missile? La Russia? La Corea del Nord? Qualcun altro? Il punto del film era precisamente l’impossibilità di sapere abbastanza nel momento in cui bisognava comunque decidere. Jupiter prende quella stessa intuizione e la sposta però in uno scenario molto più riconoscibile. Non ci sono Paesi senza nome o crisi geopolitiche volutamente indefinite. Ci sono la Francia, la Russia, l’Ucraina, la NATO, la deterrenza nucleare europea. Non vengono pronunciati i nomi di Vladimir Putin o Volodymyr Zelensky, ma Smia costruisce il suo racconto a una distanza talmente ridotta dalla nostra realtà da rendere quasi superfluo qualsiasi ulteriore riferimento.

Il protagonista è Paul Archambault, interpretato dal sempre eccellente Denis Ménochet, appena eletto presidente della Repubblica francese. Non ha praticamente avuto il tempo di prendere possesso dell’Eliseo quando viene convocato nel PC Jupiter, il bunker antiatomico situato sotto il palazzo presidenziale nel quale vengono affrontate le crisi più gravi per la sicurezza nazionale. Il motivo è terrificante: il presidente russo è sopravvissuto a un attentato, Mosca attribuisce la responsabilità agli ucraini e prepara una rappresaglia. Da quel momento comincia una rapidissima escalation nella quale ogni nuova informazione modifica lo scenario precedente e avvicina progressivamente l’Europa alla possibilità concreta di una guerra nucleare.

Archambault viene circondato dai vertici politici e militari francesi. Il ministro della Difesa, il primo ministro, il capo di Stato maggiore e gli altri consiglieri cercano di interpretare informazioni frammentarie, valutare le intenzioni russe, comprendere quali mosse siano bluff e quali invece possano anticipare un attacco reale. Ma Jupiter non è un film sulla capacità di trovare la risposta corretta. È esattamente il contrario. Più la crisi avanza, più diventa evidente che una risposta corretta potrebbe semplicemente non esistere.

Ed è qui che la parentela con A House of Dynamite diventa fortissima. Anche Smia racconta l’apparato di una potenza nucleare mentre cerca disperatamente di gestire una situazione per la quale, almeno teoricamente, si è preparato per decenni. Anche qui esistono protocolli, strategie, simulazioni, catene di comando e dottrine militari. E anche qui, quando arriva il momento di applicarli alla realtà, a prevalere sono il dubbio e l’incertezza. Reagire può evitare una catastrofe oppure provocarla. Non reagire può impedire un’escalation oppure lasciare il Paese indifeso. Mostrare determinazione può funzionare come deterrente oppure convincere l’avversario che l’attacco è ormai inevitabile. Ogni soluzione appare contemporaneamente come la migliore e la peggiore disponibile.

La differenza fondamentale sta nel punto di osservazione. A House of Dynamite raccontava gli stessi diciotto minuti da prospettive differenti e risaliva gradualmente la catena di comando americana: dagli operatori chiamati a identificare la minaccia fino all’uomo che deve prendere la decisione finale, il presidente degli Stati Uniti interpretato da Idris Elba. Jupiter parte invece praticamente dall’estremità opposta. Smia entra subito nella stanza nella quale quella decisione deve essere presa e ci rimane. La guerra è quasi sempre fuori campo. Quello che vediamo sono telefoni, schermi, mappe, comunicazioni, uomini e donne che discutono e soprattutto il volto sempre più schiacciato dalla responsabilità di Paul Archambault.

È anche per questo che Jupiter è cinematograficamente meno potente e meno dinamico del film di Bigelow. Non possiede la stessa costruzione spettacolare della tensione, né quella capacità quasi muscolare di trasformare procedure militari e tecnologia in azione. È un film più chiuso, più statico, a tratti persino teatrale. Ma proprio quella rigidità finisce per diventare una delle sue qualità più inquietanti. Perché Smia non sembra interessato a costruire uno scenario fantapolitico particolarmente elaborato: vuole mostrare, nel modo più realistico possibile, cosa potrebbe accadere dentro quelle stanze se un giorno una crisi del genere arrivasse davvero.

Ed è difficile guardarlo dimenticandosi completamente di ciò che è accaduto negli ultimi anni. Nel giugno 2025 la guerra tra Israele e Iran ha portato attacchi contro infrastrutture e siti nucleari iraniani e all’intervento diretto degli Stati Uniti contro gli impianti di Fordow, Natanz e Isfahan. La guerra in Ucraina ha riportato da tempo nel linguaggio politico internazionale minacce e riferimenti all’arsenale atomico che per decenni l’Europa aveva potuto considerare quasi un residuo della Guerra Fredda. In questo contesto, A House of Dynamite prima e Jupiter adesso smettono inevitabilmente di sembrare semplici esercizi di genere.

Anche perché le dimensioni del problema sono tutt’altro che astratte. All’inizio del 2026 si stimavano nel mondo circa 12.187 testate nucleari. Russia e Stati Uniti, insieme, ne possiedono circa l’86%. Il solo arsenale russo viene stimato in circa 5.420 testate complessive, mentre la Francia mantiene a sua volta una forza nucleare indipendente. Numeri talmente enormi da riportare inevitabilmente alla domanda che entrambi i film pongono senza pretendere di risolverla: queste armi rappresentano davvero il sistema più efficace mai costruito per impedire una guerra totale oppure costituiscono un meccanismo destinato, prima o poi, a produrla?

Jupiter è particolarmente efficace perché non bara su questo interrogativo. Non individua facilmente un irresponsabile, non suggerisce che esista qualcuno nella stanza abbastanza lucido da conoscere con certezza la scelta giusta e non trasforma il presidente in un eroe chiamato semplicemente a dimostrare coraggio. Il problema è esattamente l’opposto: può esserci coraggio tanto nell’ordinare una risposta nucleare quanto nel rifiutarla, prudenza tanto nell’attendere quanto nell’agire immediatamente. Ma una delle due decisioni, nelle circostanze sbagliate, potrebbe significare la fine di milioni di vite.

Dove A House of Dynamite utilizzava l’assenza di informazioni per generare il terrore, Jupiter trova quindi qualcosa di forse ancora più inquietante: dimostra che persino disponendo di più informazioni il dilemma rimane insolubile. La Russia è lì, l’Ucraina è lì, le responsabilità vengono discusse apertamente e le conseguenze possibili sono conosciute da tutti. Eppure nessuno sa davvero cosa fare.

È meno spettacolare del film di Kathryn Bigelow, meno visivamente potente e probabilmente meno immediato. Ma è anche più vicino, più concreto e per certi versi più spaventoso. Perché A House of Dynamite ci chiedeva cosa accadrebbe se un giorno comparisse improvvisamente un missile sui radar. Jupiter compie un passo ulteriore: ci mette davanti a un mondo che quelle armi le possiede già, che ha costruito procedure dettagliatissime per utilizzarle e che affida infine la decisione a un essere umano chiuso in una stanza. Ed è proprio la plausibilità di quella stanza, molto più dell’esplosione che potrebbe arrivare dopo, a fare davvero paura.

Foto: Neflix/Chi Fou Mi Productions

Fonte: Film: trame e trailer - Best Movie
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