L’estranea, la recensione del nuovo film di Paolo Strippoli da Venezia 83

l'estranea di paolo strippoli

Prestige horror è un’etichetta che negli ultimi anni è stata appiccicata un po’ ovunque ma che in sostanza si può ricondurre all’horror indipendente americano degli anni dieci, quello realizzato fuori dai grandi Studi (le Major), generalmente investendo più su atmosfere e chiavi di lettura politiche che sui cosiddetti jump scare (banalmente, gli spaventi) o sul gore (banalmente, l’esibizione di sangue e frattaglie).

Ci sono stati vari registi e varie case di produzione (la Neon, la Monkeypaw di Jordan Peele, ovviamente una parte delle proposte Blumhouse…) che hanno via via recitato un ruolo decisivo dentro questo flusso di stile e temi, ma oggi i primi che vengono in mente quando se ne parla sono i film di Ari Aster prodotti da A24, soprattutto Hereditary e Midsommer.

Tutto questo per dire che il prestige horror, come – ad esempio – la New French Extremity di fine anni ‘90, è stato e in parte è ancora semplicemente una forma di avanguardia, una trasformazione di dispositivi cinematografici già noti secondo la sensibilità di anni e luoghi diversi. E come ogni avanguardia ha prodotto influenze anche al di fuori del suo paese di origine. Qui in Italia con il cinema di genere arriviamo sempre dopo, e quindi non fa strano che per avere un autore che fa film che stanno dentro quel flusso ci siano voluti quasi dieci anni.

Ecco, dopo Piove e soprattutto La valle dei sorrisi, L’estranea conferma e rassicura sul fatto che Paolo Strippoli stia pienamente dentro quella sensibilità e che anzi la stia traducendo in cinema con efficacia sempre maggiore. La storia è quella di una ricca famiglia della Bari bene, proprietaria di una sartoria di successo, che si deve confrontare con un terribile incidente domestico: la figlia minore, giovanissima, viene morsa dal cane di casa e rischia di perdere una gamba. In ospedale la madre (Jasmine Trinca) viene avvicinata da una strana signora in impermeabile (Valeria Bruni Tedeschi) e costretta a prendere una decisione impossibile. Ma ogni decisione ne innescherà – negli anni successivi – altre, in una escalation sempre più drammatica.

Strippoli usa il sangue solo in una scena, all’inizio, come un’ancora: per il resto si limita a evocare il peso delle scelte della protagonista attraverso simboli e un saggio uso del fuori campo. Addirittura il film sembra via via rarefarsi visivamente, in un processo di astrazione del dolore e del senso di colpa, fisico e psicologico, che è la cosa più inquietante di tutte, e che trova una rappresentazione formale solo alla fine, quando sarà svelato il contenuto di una valigetta. Non è che tutto funzioni alla perfezione – bastava forse un climax di proporzioni più modeste, la posta del film si esaurisce in fondo nella sfera domestica -, ma l’idea da cui scaturisce il problema irrisolvibile della protagonista (cioè che i rapporti familiari non sono mai simmetrici come pretende la morale borghese) è così giusta che si perdona il resto.

Ma anche al di là del testo, delle idee, L’estranea restituisce allo spettatore predisposto a queste storie un’eccitazione del fare e del vedere il cinema che è rara, è un film stracolmo di idee visive (il prologo sull’aereo è già formidabile), ha un montaggio pieno di raccordi non banali e attori disposti a recitare giusto al margine del buon gusto (Bruni Tedeschi). È un assalto sensoriale condotto con consapevolezza tecnica e sfacciataggine.

Foto: 01 Distribution

Fonte: Film: trame e trailer - Best Movie
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