La città dei vivi è un delicato omaggio a Luca Varani e all’insensatezza della sua morte

La città dei vivi recensione

“Insensatezza” è il sostantivo usato dalla didascalia finale de La città dei vivi, presentato nella sezione Orizzonti di Venezia 83, per descrivere la morte di Luca Varani, avvenuta nel 2016 in un appartamento romano del Collatino per mano di Manuel Foffo e Marco Prato.

Un caso di cronaca nera, quello trasposto dal film di Edoardo Gabbriellini, che turbò profondamente l’Italia e che La città dei vivi, ispirato al libro di Nicola Lagioia, sceglie di raccontare dal punto di vista della vittima, senza alcuna morbosità o voyeurismo. La pellicola porta al centro del discorso proprio l’ordinarietà della vita del ragazzo, diviso tra il lavoro accanto al padre ambulante (interpretato da Valerio Mastandrea) nella periferia romana della Storta, l’amore con la fidanzata Marta Gaia (alla quale è molto restio a far pagare anche solo una pizza), la quotidianità fatta di slot machine, chiacchiere smozzicate con gli amici, piccoli lavoretti in officina e i tentativi di racimolare qualche soldo in più prostituendosi con dei ragazzi omosessuali, facendo le cosiddette “marchette”.

Gabbriellini sceglie un approccio dolcemente orizzontale mostrando anzitutto le insidie del quotidiano di Varani, le sue piccole e grandi miserie, e azzera le possibili implicazioni sociologiche, antropologiche e politiche della vicenda, che nel testo di Lagioia allargavano lo sguardo a Roma tutta, incrociando le sorti anche di personaggi secondari, sbandati e marginali: ci mostra una vita come tante, per quella che è, chiarendo quanto possa essere facile ritrovarsi in mezzo all’orrore, lambirlo e infine, per sfortuna o predestinazione, sprofondarvi.

Si è a lungo parlato di come questo terribile delitto, che portò al massacro di Varani con oltre cento tra coltellate e martellate, potesse essere considerato in qualche modo un delitto di classe, in cui due giovani uomini agiati e dipendenti dalla cocaina — figli di un imprenditore della ristorazione e di un professore universitario — si accanirono su un ragazzo del sottoproletariato. “Volevamo uccidere qualcuno, volevamo vedere l’effetto che fa” ebbe a dire Foffo ai carabinieri. Eppure il film ci mostra gli assassini solo di sfuggita, soffermandosi nella descrizione di una Roma spaventosamente canonica e fragile, ordinaria e popolaresca, senza temere di asciugare la narrazione, di lavorare in sottrazione. In questo modo fa emergere, con la delicatezza di una regia attenta (anche a movimenti di macchina dotati di una prospettiva interna, di un senso che si fa racconto e sostanza), molti dettagli inaspettatamente poetici, lasciando spazio a dialoghi di struggente impianto sociorealistico, spesso toccanti nella loro tragica e amara semplicità.

A interpretare Luca c’è Emanuele Maria Di Stefano che, come presenza scenica, denota una grazia più efebica rispetto al volto marcato e di prepotente, pasoliniana giovinezza di Varani. Questa scelta di casting va nella direzione di evocare una purezza violentata dall’orrore, una fame di vivere come tante altre che è finita, suo malgrado, per ritrovarsi stritolata dalle fauci di un male assoluto e senza nome. Pur maneggiando il true crime e una storia a tinte forti — in un film dal quale i fratelli D’Innocenzo hanno ritirato la firma dalla sceneggiatura dopo aver visto il risultato finale —, Gabbriellini si muove in un paesaggio estremamente pudico, in cui anche un uccellino o un giocattolo diventano veicolo di un’emozione sottesa, di uno slancio di compassione, di una struggente possibilità di immedesimazione empatica.

La gestione del momento clou della vicenda è, in tal senso, emblematica: non c’è una rappresentazione della mostruosità, né tantomeno un’attesa spasmodica per l’approdo alla mattanza. La si evoca — con una nettezza silenziosa e impossibile — a cose avvenute, per ellissi, attraverso singoli dettagli postumi intervallati da piccoli stacchi di montaggio (si ripensi alle scene di Chiamami col tuo nome e al loro modo di indugiare sugli oggetti, di aprirsi a finestre, di fluttuare tra gli spazi: Gabbriellini è pur sempre un “allievo” di Guadagnino).

Si tratta di una scelta di campo nettissima, che scontenterà probabilmente chi andrà in sala in cerca di dettagli malsani, ma che dà a La città dei vivi una coerenza e una verità encomiabili. L’ultima parte del film, non a caso, è tutta incentrata sul dopo, su chi resta e chi è restato. La presenza nel cast, accanto a Mastandrea, di Roberta Mattei nel ruolo della madre di Marta Gaia (interpretata con la medesima efficacia di tutti gli altri attori da Gaia Merlonghi), portando a ripensare al casting di Non essere cattivo, fa risuonare ancora di più l’eco della lezione del capolavoro di Caligari e quello della sua Roma fragile e dolente, straziata e tramortita dall’insensatezza della vita e dei suoi bisogni primari e talvolta famelici.

Fonte: Film: trame e trailer - Best Movie
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